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Arezzo, robot da cucina sparisce dal supermercato con un reso fittizio: cassiera licenziata. Giudice conferma: giusta causa

Luca Serafini
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Ha perso il posto di lavoro per un robot da cucina. La cassiera di una catena della grande distribuzione è stata licenziata perché avrebbe fatto suo l’elettrodomestico simulando il “reso” di un cliente. Ha tradito la fiducia del titolare, sancisce la sentenza del giudice Giorgio Rispoli che ha deciso sul ricorso della donna che voleva essere reintegrata. Rigettato.

La cassiera della Lidl di Montevarchi nel 2017 fu licenziata dopo un controllo interno scattato in seguito ad anomalie nella procedura di “reso clienti” balzate agli occhi del responsabile del punto vendita. Nello specifico avrebbe utilizzato le chiavi e il codice personale del collega responsabile in turno, falsificando addirittura la sua firma nei documenti cartacei relativi a una serie di resi. In particolare era segnalata la restituzione di un Bimby del valore di 229 euro che però non è stato ritrovato nel market e, da accertamenti svolti, nessun cliente avrebbe reso.

Ad inguaiare l’esperta cassiera, poi, un precedente episodio quando, a fine giornata, fu vista da un collega infilarsi in tasca 20 euro dell’incasso, salvo poi rimettere la banconota al posto tirandola fuori dalla tasca, per sanare l’ammanco. Un tentativo di appropriazione indebita? Probabile.

Di sicuro un’altra infrazione: chi lavora al market non può tenere denaro quando è in servizio, va lasciato nell’armadietto. In una prima fase, la causa era stata definita sulla base sommaria della legge Fornero: suggello al licenziamento e mensilità spettanti alla lavoratrice espulsa. Ma la donna ha impugnato il provvedimento contestandone l’insussistente dei presupposti. Dinanzi al giudice del lavoro Rispoli si è così dipanato il processo con l’acquisizione delle testimonianze.

E la “giusta causa” ne è uscita rafforzata. Il giudice parla di “abituale condotta antisociale perpetrata in spregio del datore di lavoro”. Sul robot, la lavoratrice ha violato “gravemente e illecitamente” la prassi di chiamare il responsabile in caso di resi, per la corretta procedura cartacea e di cassa che va accompagnata da tre firme (cassiera, cliente, responsabile, quest’ultima falsificata). Il giudice scrive che la cassiera “ha inteso sottrarsi al controllo del superiore” con una condotta “sospetta”, ed ha “simulato il reso del robot (mai ritrovato) appropriandosi dell’importo relativo al prezzo”.

Lei sostiene invece di averlo rimesso in area vendita, ma dai riscontri non risulterebbe e nessuno vide nel market il Bimby, oggetto di grosse dimensioni. In ogni caso la donna avrebbe agito “in difformità dalle procedure aziendali” e “minando la trasparenza e correttezza delle operazioni di reso”.

Quanto all’episodio delle 20 euro, anche se non voleva rubarli, ha “violato le norme contro gli ammanchi”. Comportamenti “rimarchevoli” e “rilevanti sul piano disciplinare”. Ora, licenziata come infedele, insidiosa, “scaltra ed abile”,”pronta a giocare sull’equivoco” in virtù anche della sua esperienza, la donna può tentare il ricorso in Appello.