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Arezzo, i 50 anni di sacerdozio di don Adriano: la fede, il lavoro, la benedizione dall'Ape, il Duca d'Aosta e il caso Martina

Sara Polvani
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Festeggiati i cinquant’anni di sacerdozio di don Adriano Ralli, parroco di Castiglion Fibocchi e Pieve San Giovanni. È stato un momento di grande condivisione con la messa officiata ieri alle 18 al Centro Polifunzionale di Castiglion Fibocchi, concelebrata all’aperto insieme ad altri sacerdoti del vicariato. Tutta la popolazione è stata partecipe, presenti le autorità anche dei comuni vicini. Don Adriano si racconta.

Il Covid ha sconvolto tutto e tutti, è stata una dura prova?

“Ho avuto sempre le cose un po’ in salita. Sono stato ordinato prete il 6 giugno 1971 e sono stato a Valenzano, nel ‘72 diventai parroco di Pieve San Giovanni. Ne ho passate diverse da quando sono diventato prete, ho anche fatto il fornaio per pagarmi le spese, poi iniziai a fare scuola all’Istituto d’Arte e all’Itis di Arezzo come docente di religione. Non mi sono mai scoraggiato, mi sono arrangiato. Ho fatto anche il vicepreside all’Istituto d’Arte, sono rimasto collegato ai professori e mi è rincresciuto lasciare dopo venti anni ma i miei impegni di parroco non mi lasciavano tempo”. 

L’emergenza cosa ci insegna?

“Con questa pandemia dico che bisogna sempre sentirsi attivi e vicini. Stamani (ieri, ndr) ho celebratto la messa con 34 bambini. Erano contenti con le famiglie, hanno lasciato il paese pieno di fiori, è un messaggio importante: stando uniti si può superare tutto. Mi hanno regalato una targa tutte le associazioni del paese. È stato un bel traguardo: è stata la festa del paese non di don Adriano”. 

La sua benedizione delle case dall’Ape ha fatto notizia.

“ La gente voleva che ripassassi, hanno avuto piacere. Quest’anno il clima è diverso, la gente ha perso il lavoro. Lo scorso anno non solo per l’acqua santa ma tutte le domeniche facevo il giro per le frazioni portando i giornali”.

È scomparso il duca Amedeo d’Aosta, viveva qui. 

“Eravamo amici, era un uomo semplice. Sono andato alla camera ardente e ho detto il rosario, c’erano le figlie, tutta la famiglia. Con lui ho avuto un rapporto molto bello, veniva sempre alla messa a Miliciano e a Castiglion Fibocchi”.

Qui c’era la Giole, ebbe modo di conoscere Licio Gelli?

“Gelli l’ho conosciuto poco, non l’ho mai incontrato ufficialmente. Però una cosa che mi ha fatto riflettere è che nonostante le sue vicende legali faceva donazioni alle famiglie bisognose”. 

Sui ragazzi del paese condannati per la morte di Martina, che pensieri ha?

“Sono molto triste, loro si professano innocenti. Mi chiamarono in tribunale. Umanamente sono vicino ai genitori, è sempre un dolore per tutti, bisogna stargli vicino. Un giudizio è difficile da esprimere”.

Ha mai pensato di lasciare il sacerdozio?

“La gente ha bisogno e ti sprona. Io non faccio il prete per forza ma per amore. Tra i preti dovrebbe esserci forse maggiore vicinanza, a volte non sempre si ha con chi confidarsi”.