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Arezzo, licenziamenti indotti superano il blocco: giudice nega il risarcimento del ticket Naspi al titolare da parte del lavoratore

 Il giudice del lavoro Rispoli

Luca Serafini
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I licenziamenti sono ancora bloccati per l’emergenza virus ma ci sono datori di lavoro che superano il divieto. E lavoratori che diventano percettori di Naspi. Come? Con i licenziamenti indotti, quelli per giusta causa, basati per lo più sulle assenze ingiustificate dal posto di lavoro. Sono convenienti, in certi casi, per gli imprenditori e per quegli addetti che vogliono sganciarsi usufruendo di erogazioni più rapide rispetto alla cassa integrazione. A livello nazionale questa è materia di riflessione, un effetto della crisi, mentre Inps ha drizzato le antenne. A livello di giustizia del lavoro spicca la recente sentenza del giudice di Arezzo, Giorgio Rispoli, diametralmente opposta a quella, altrettanto recente, del tribunale di Udine che ha fatto emergere la questione dei licenziamenti indotti, spesso combinati tra le parti. Il giudice di Udine ha statuito che il datore di lavoro ha diritto ad essere risarcito dal dipendente licenziato per giusta causa, della somma corrispondente al cosiddetto ticket Naspi (circa 1.500 euro). Neanche per sogno, replica il tribunale di Arezzo con la sentenza del 12 maggio, con la quale è stato respinto il ricorso di un’azienda aretina che rivendicava il risarcimento del ticket da una dipendente in forza dal 2004 al 2020. Assente ingiustificata dal lavoro, secondo il ricorso, ha “costretto” il titolare a procedere al suo licenziamento per giusta causa. Ma secondo il giudice la pretesa di risarcimento va al di fuori di quanto previsto in materia di responsabilità civile. Non ogni danno è risarcibile e in questo caso la necessità per l’imprenditore di versare quell’importo, un’imposta, non è da addebitare alla lavoratrice. Non c’è “nesso eziologico”. Nesso che invece deve essere “specifico e stringente”, scrive Rispoli. Il datore di lavoro oltre al ticket chiedeva il ristoro per le “spese sostenute per la formazione dei dipendenti” successive al licenziamento della donna, scattato per “la violazione dei doveri di buona fede e correttezza” della lavoratrice. Spese, obietta il giudice, che la ditta avrebbe dovuto in ogni caso sostenere anche senza giusta causa. Che poi, è emerso, sulle assenze dal lavoro incide anche un problema di salute della donna, assistita nella causa dall’avvocato Giorgio Borri. In ogni caso il giudice respinge l’idea che dal licenziamento per giusta causa della dipendente discenda in automatico il fatto che debbano essere accollate a lei certe spese. Determinante questo passaggio della sentenza, in merito al ticket Naspi: “Il licenziamento - a prescindere dalla sussistenza delle ragioni che possono per legge giustificarlo - costituisce libera manifestazione della volontà datoriale, espressione del principio di discrezionalità di esercizio nell’azione disciplinare riservata all’imprenditore”. Pertanto “il datore di lavoro, a tutela dei propri interessi, ove lo avesse voluto, anziché licenziare la lavoratrice assente avrebbe potuto limitarsi a non corrispondere la retribuzione”.