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Arezzo, dipendente risulta infortunato ma viene fotografato a caccia e nell'orto: assolto dal reato di truffa

Luca Serafini
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Il datore di lavoro gli ha messo alle calcagna un investigatore privato. Voleva capire cosa facesse quel suo dipendente nel prolungato periodo durante il quale risultava in infortunio per un problema alla spalla accusato in officina. Quando il detective gli ha consegnato le fotografie e il resoconto dei pedinamenti - apparentemente prove schiaccianti - per un meccanico di un salone d’auto di Arezzo è scattata la denuncia penale. Sia del titolare che dell’Inps. C’erano immagini anche limpide che lo ritraevano in giro, con il cane, a caccia, all’orto, impegnato in varie faccende. Quindi il reato di truffa sembrava chiaro e dimostrato. Invece no. Con sentenza del giudice monocratico Isa Salerno, pronunciata lunedì, l’uomo finito a processo è stato assolto. Non perché non fosse lui quello ritratto nelle immagini ma per motivi squisitamente giuridici, di diritto, che il suo avvocato Niki Rappuoli ha rappresentato in aula e fatto valere. Quel materiale prodotto dall’agenzia investigativa privata, seppur acquisito legittimamente in virtù delle autorizzazioni previste, non ha alcuna efficacia penale. Inutilizzabile. Non può essere prodotto come elemento di prova che determini un giudizio. Può sembrare assurdo eppure, ha stabilito il giudice, è così. Non a caso agli stessi inquirenti per mettersi alle calcagna di qualcuno e raccogliere elementi investigativi con rilievo penale devono ottenere prima un decreto del gip. Invece l’attività svolta dal pur bravo investigatore privato, a partire dal gps installato sulla macchina del dipendente, non aveva questa copertura. E le potenziali prove schiaccianti si sono trasformate in foto e relazioni senza valore. Pertanto la truffa contestata al meccanico non è stato possibile dimostrarla. Certo, la fiducia verso il suo dipendente è venuta meno da parte del titolare. E si è arrivati alla risoluzione del rapporto di lavoro. Ma sotto il profilo penale nulla di fatto: niente truffa. Il pubblico ministero aveva invece concluso con la richiesta di condanna a otto mesi di reclusione. Ora si attendono le motivazioni per conoscere nel dettaglio il percorso usato dal giudice per argomentare l’assoluzione. La trama della vicenda ci dice che l’assenza dal posto di lavoro del dipendente è durata circa un anno. I fatti sono del 2017. Il meccanico finito a processo, 55 anni, ha prodotto certificati medici relativi al problema alla spalla accusato sul posto di lavoro e ha dimostrato che venne anche sottoposto a intervento chirurgico per risolvere un problema al tendine.