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Arezzo, serra di cannabis da 20 mila dosi: l'assoluzione di De Benedetto spiegata dal giudice in tredici pagine

Luca Serafini
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“Sarebbe alquanto paradossale - oltre che contrario ad ogni forma di umanità e di giustizia - che l’imputato debba essere punito per aver coltivato piante di cannabis con l’unico scopo di tutelare la propria salute e garantirsi in tal modo condizioni di vita più dignitose”. Ora sono scritte nero su bianco le motivazioni per cui Nicola De Benedetto, per tutti Walter, 50 anni il 30 agosto, non deve subire alcuna condanna penale per la serra di erba scoperta e sequestrata a casa sua, a Ripa di Olmo, il 3 ottobre 2019. Non proprio un vasetto di canapa, quello scoperto dai carabinieri: c’erano 15 piante alte due metri e mezzo e foglie essiccate capaci di originare ventimila dosi. Ma le tredici pagine con in calce la firma del giudice Fabio Lombardo spiegano l’assoluzione del 27 aprile scorso e sono destinate a lasciare un segno indelebile in materia. “Il fatto non sussiste” perché la coltivazione, pur non autorizzata, “non metteva a repentaglio il bene giuridico tutelato”, cioè la salute, anzi perseguiva proprio lo scopo opposto: dare sollievo ad un uomo costretto sulla sedia a rotelle e afflitto da dolori lancinanti per il quale le terapie “convenzionali” non avevano più alcun effetto. E la terapia a base di cannabis, prescrittagli dai medici, non poteva avere corso regolare per insufficiente disponibilità della sostanza. Le motivazioni della sentenza De Benedetto rappresentano adesso un’ulteriore spallata verso norme, prassi e mentalità da correggere. Evitata la condanna, ingiusta, di un malato scambiato per narcos. Ma aperto e da sanare il tessuto legislativo. Le leggi in materia di stupefacenti secondo il giudice Lombardo soccombono dinanzi alla forza della Costituzione: [TESTO]la finalità terapeutica concretamente perseguita da Walter, scrive nelle motivazioni il giudice “implica la necessità di operare una lettura costituzionalmente orientata degli articoli 73 e 75 dpr 309/90 in combinato disposto con l’articolo 32 della Costituzione il quale ‘tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti’”.[/TESTO] Tutto era iniziato due anni fa quando i militari dell’Arma scoprirono la coltivazione alle porte di Arezzo. Una situazione di primo acchito “penalmente non irrilevante” per le dimensioni e la filiera produttiva pur rudimentale realizzata. Poi, nello svolgersi dell’inchiesta, è risultato “pacifico” che fosse proprietario e diretto destinatario della sostanza quell’uomo bloccato dall’artrite reumatoide, in condizioni gravissime, afflitto da dolori muscolari fortissimi. Erba come cura. Farmaco. Ed è anche emerso che a Walter occorreva un’alta quantità di sostanza “commisurata alle sue necessità terapeutiche” e cioè “2000 mg di thc al giorno, di gran lunga superiore alla media giornaliera che normalmente viene prevista per le persone sane che assumono la cannabis a scopo esclusivamente ludico ricreativo”.
Ecco il punto, l’utilizzo di Walter della marijuana non è affatto ludico ricreativo, per stare all’espressione dell’articolo di legge. Si tratta, a tutti gli effetti, di un medicinale per il quale ha regolare prescrizione. Il giudice si pone poi il tema della “offensività” di quella produzione: il potenziale negativo, cioè, verso gli altri. Ma nella vicenda prevale, si legge nelle motivazioni, “l’intento di fare un uso esclusivamente personale della sostanza stupefacente che ha coltivato, senza voler in alcun modo accrescere in maniera indiscriminata i quantitativi di droga disponibili sul mercato”. De Benedetto “è stato costretto ad usare tale sostanza come un vero e proprio farmaco per cercare di lenire i propri indicibili dolori e di garantirsi in tal modo una qualità della vita più dignitosa”. Accolte le tesi degli avvocati Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti. Su questi presupposti si inserisce la “lettura nuova e diversa delle norme incriminatrici” che secondo il giudice è necessaria per la “peculiarità” del caso. Anche se astrattamente punibile è “del tutto inoffensiva la coltivazione e l’uso di sostanze autoprodotte per finalità esclusivamente curative in assenza di altre terapie altrettanto efficaci”. L’unica terapia palliativa per ridurre le sofferenze oggettive in un quadro clinico grave conclamato. La vicenda De Benedetto, interpretata in linea con la giurisprudenza e con la “solidarietà umana”, è dunque risolta. La questione cannabis terapeutica e della legalizzazione restano invece aperte. Ieri sul Corriere della Sera, Roberto Saviano commentando un caso analogo ha puntato l’indice sul paradosso: la cannabis terapeutica che per molti è un’ancora di salvataggio dal dolore, si trova difficilmente sul mercato e c’è chi, per reperirla, deve rivolgersi a canali che alimentano la criminalità. Assurdo.