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Arezzo, Walter De Benedetto: "I miei 50 anni dal rugby alla sedia a rotelle". Tra voglia di vita ed eutanasia legale

Luca Serafini
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Nel 1987 giocava a rugby. Oggi Walter De Benedetto compie 50 anni e la sua sofferta esistenza intrappolata in una sedia a rotelle, è comunque un inno alla vita. Tenace come le Carpe Koi, i pesci giapponesi simbolo di forza che ha nel suo laghetto vicino all’abitazione. Per questo giorno speciale, Walter ha deciso di invitare tutti a casa sua per fare festa, anche con un semplice sguardo, o una parola. 
E la sua casa è quella di Ripa di Olmo, periferia di Arezzo, dove due anni fa i carabinieri sequestrarono la famosa serra di cannabis. Battaglia vinta: la sostanza, prescritta dai medici, la usava per curarsi. Ora, in attesa di una legge che recepisca il valore della canapa terapeutica, Walter è impegnato in un’altra sfida, con i radicali, per l’eutanasia legale. Ha firmato per il referendum e invita tutti a rifletterci e a fare altrettanto.

Walter, come mai questo invito generale tramite i social?

“Cinquanta anni sono una bella tappa. Apro le porte ai tanti amici conosciuti quando potevo fare sport, giocavo a rugby ad Arezzo, facevo judo e ne combinavo di tutti i colori. L’amicizia è sacra”.

Poi tutto è cambiato.

“La febbre a 40, l’immobilità, il ricovero in Malattie infettive poi trasferito al Gemelli dove arriva la diagnosi: artrite reumatoide. Era il 1987 l’anno di svolta, la fine della mia vita “civile”, diciamo così”.

Cosa prevale, la maledizione di dire: perchè proprio a me? o la tenacia di non mollare?

“Sono stato otto anni in ospedale, cure di ogni tipo, una condizione che adesso mi vede limitato in tante cose. Non lo auguro a nessuno. E’ una vita che logora, stanca. Ma la vita mi piace troppo e la apprezzo. La condivido con i miei animali, il pappagallo, i gamberetti nell’acquario, i gatti, i pesci nel laghetto. Dalla mia sedia osservo, mi piace guardare la natura, lo scorrere delle stagioni. Mi diverto, mi commuovo”. 

Eutanasia legale, nuova sfida.

“Serve una nuova legge. No agli accanimenti inutili. La natura ci insegna che tutto ha fine. Certo, il fine vita va agganciato a determinate condizioni, regolamentato in modo serio, scientifico. Ma è una battaglia di giustizia, dignità”.

La sua giornata tipo?

“Mi sveglio presto, alle 7.30, la prima cosa la luce dalla finestra, il notiziario sui fatti del mondo, e in questo periodo seguo molto l’Afghanistan. Sto al computer, in tv seguo documentari, mi piacciono molto e mi coinvolgono le Paralimpiadi. Ricevo amici, visite, sono un po’ il bambino piccolo da andare a trovare... Ma le mie giornate non sono vuote anzi”. 

Chi le dà l’aiuto maggiore?

“Mia mamma le para tutte. La badante, l’assistente sociale, il mio avvocato che è come un fratello”.

Tolta la piantagione come fa per lenire i dolori del suo male?

“L’Asl finalmente ha aumentato la dose e ora è come se avessi avuto le piante. Avrei voluto poter disporre di olio di cannabis, riesco ad avere biscotti, butto. Con pazienza vado avanti”. 

Credente?

“Sono buddista e voglio migliorarmi piuttosto che affidare il mio destino agli dei. Amare gli animali aiuta a rispettare e amare le persone”.

Il caso della serra l’ha reso popolare, sente la vicinanza della gente?</CF>

“Capita, quando esco, e posso farlo di rado, che qualcuno mi riconosce e mi saluta. Qualcosa è cambiato”. <CF1403>

Il regalo che vorrebbe per questo compleanno?

“Una cura efficace per me e tutti quelli che soffrono come me”.