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Arezzo, l'impresa dell'ingegnere Giacomin: 1001 miglia in bicicletta su e giù per l'Italia

Luca Serafini
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Mille. Come la canzone dell’estate 2021 di Fedez, Achille Lauro e Orietta Berti. Anzi mille e uno: tante sono le miglia pedalate da Carlo Giacomin, 67 anni, ingegnere dell’Asl che si occupa di prevenzione, randonneur per passione. Ovvero ciclista che affronta lunghe percorrenze annotate sul road book con relativo brevetto finale. 
Missione compiuta: dopo due anni di preparazione, sfidando il caldo, gli sforzi fisici e mentali, Giacomin ha portato a termine la sua impresa: la 1001 Miglia, appunto.
117 ore e 54 minuti in sella a macinare strada per completare tutte le tappe del circuito con partenza a arrivo a Parabiago, nel Milanese, il paese natale di Beppe Saronni. Un tour condiviso con alcune centinaia di impavidi stakanovisti delle due ruote provenienti da tutto il mondo ma di fatto affrontato in solitaria, che lo ha tenuto impegnato quattro giorni, dal 16 agosto al 21. Con una particolarità tutta personale: senza ausilio di Gps o altri dispositivi tecnologici - l’ingegnere non è neanche social e rifugge anche da whatsapp, facebook, instagram - con il solo ausilio delle fotocopie di care vecchie carte del Touring. A costo di rimanere impallato in cerca della giusta strada, proprio in vista del traguardo, dalle parti di Piacenza. 
La cavalcata ha portato i partecipanti al circuito 1001 Miglia a Genova, Pisa, nel Senese a Castelnuovo Berardenga, Bolsena per poi risalire al nord passando dal Cortonese, da Reggello, Scarperia, Lugo, Massa Finalese, Pieve di Coriano, Colorno, Fombio e di nuovo Parabiago. 
Ogni giorno circa 320 chilometri. Brevi soste per il sonno e il pasto, poi di nuovo sui pedali seguendo la rotta prestabilita. 
Non che fosse la prima volta per l’ingegnere Giacomin a cimentarsi con una pedalata simile. Al suo attivo vanta circa 300 mila chilometri percorsi e la partecipazione a manifestazioni come la Parigi Brest Parigi, la Londra Edimburgo Londra, oppure gran fondo come la Nove Colli, la Marmotte e altre super pedalate.
Questa era la sua quarta Mille Miglia: due riuscite, la terza invece, nel 2016, terminata anzitempo con il ritiro. Perché partire si parte ma poi il traguardo va conquistato con tenacia e resistenza, tra imprevisti e difficoltà di ogni genere.
“Il primo giorno sono stato subito male fisicamente, una congestione. Ero in crisi e decisivo per darmi conforto e la giusta carica è stato il mio amico di vecchia data Fabio che mi ha seguito nel percorso aspettandomi nei luoghi di tappa. Sì, quella sera a Castellania me la sono vista brutta poi, dopo un’aspirina e un po’ di incoraggiamento ho ritrovato condizione e motivazioni”. 
Mille e uno miglia, 1.600 chilometri, sono tanta roba. 
“E non è più come dieci anni fa... la velocità, la pedalata e la resistenza sono diverse.”
A precederlo nelle tappe, come auto ammiraglia, c’erano appunto a turno gli amici Fabio, Andrea e Massimo. “Fondamentale è stata mia moglie Debora, anche per aver sopportato tutto il lungo periodo della preparazione, che mi ha visto impegnato ogni giorno con uscite di 100 chilometri”. 
Forature zero, provvidenziale un meccanico reperito a tarda ora a Pontedera per raddrizzare una ruota, inseparabile la valigetta di sicurezza legata alla bicicletta e contenente giubbetto, pompa e kit sopravvivenza. 
E poi spirito di sopportazione ai massimi livelli per il caldo e la fatica. Unica concessione, una pastasciutta a casa quando la tappa era dalle sue parti, a Terontola, prima di scendere verso Bolsena. 
Nelle lunghe ore da solo, in silenzio, con il fruscio delle ruote, la mente di Carlo Giacomin è andata spesso a Carlo Bernabei, l’amico di tante uscite in bicicletta con il quale c’era un’intesa speciale e che è venuto a mancare tempo fa, all’improvviso e troppo presto.
Per sostenere lo sforzo fisico delle 1001 miglia ciclistica, alimentazione semplice senza tante barrette sofisticate. Frutta e pasta. 
A fornire a Carlo Giacomin l’abbigliamento tecnico è stata la maglieria aretina Melys di Olmo. Alla fine, tagliato il traguardo, un senso di grande soddisfazione. “Ora ho veramente finito con le imprese di questo tipo”, dice l’ingegnere Giacomin, stranamente sazio e appagato. 
Ma la sua bicicletta Trek è lì che lo aspetta per la prossima avventura. E presto, a 67 anni di età, all’orizzonte ci saranno da riempire le promettenti distese di tempi e di spazi che davanti all’ingegner Carlo Giacomin si aprono con la meritata pensione.