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Uccise figlioletta per raptus e depressione da lockdown: nuova perizia su padre omicida

Luca Serafini
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]Uccise la figlia di tre anni e mezzo senza alcun motivo spinto da un raptus di follia. Era anche in uno stato di cupa depressione da lockdown, nel primo periodo della pandemia. Billal Miah, il padre omicida che il 21 aprile 2020 a Levane tentò di ammazzare il figlio dodicenne poi tolse la vita alla secondogenita e quindi si gettò in un pozzo dal quale venne estratto illeso dai vigili del fuoco, martedì compare davanti al giudice Giulia Soldini. E’ l’udienza preliminare che prelude ad un processo in corte d’assise dall’esito scontato: non punibile per totale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Ma prima di arrivare a quella fase, c’è da porre rimedio ad un possibile problema: il 30 settembre scade infatti l’efficacia della misura di sicurezza per il quarantenne del Bangladesh. Potrebbe uscire dalla Rems di Empoli dove si trova, una struttura per malati psichiatrici che hanno commesso delitti. Luogo dove viene curato per il suo bene e sorvegliato per scongiurare possibili atti pericolosi. Una misura adottata perché adeguata alla sua condizione. Ma la perizia eseguita sei mesi fa è datata e secondo la procedura penale va rifatta. Ecco allora che il giudice Soldini affiderà un nuovo accertamento che rifaccia luce sulle condizioni attuali dell’uomo, sulla pericolosità e la capacità di stare in giudizio. In questo modo si evita che a fine mese il 39enne possa, in teoria, abbandonare la residenza speciale di Empoli. E dove, a quanto risulta, grazie alla terapia che segue ha mostrato netti segni di miglioramento. Un percorso di lenta presa di coscienza del gravissimo crimine commesso. E la consapevolezza di dovere anche riparare per quanto possibile al danno fatto: l’indennizzo di invalidità che gli è stato riconosciuto lo destina alla moglie e al figlio. Il giorno dell’atroce delitto, a Billal Miah battevano forte in testa anche tutte le insicurezze legate alla crisi Covid. Era in cassa integrazione. Temeva di non essere più in grado di sostenere la famiglia, di non poter tirare su quella bambina piccola. Da qualche giorno soffriva di mal di testa. Premuroso, lavoratore, era giunto in Italia per dare sicurezza e prospettiva alla famiglia. L’esperto Massimo Marchi ha rilevato in lui una condizione psicopatologica molto complessa: uno “scompenso psicotico confusionario” assai grave. Una patologia che ha obnubilato la sua mente, lo ha trasformato in assassino. Utilizzò una lama, una specie di coltello a forma di roncola, oggetto che si usa per la preparazione di cibi etnici. Il figlio maggiore riuscì a salvarsi correndo per le scale. Scappò a chiedere aiuto. La piccola, che stava guardando i cartoni animati, venne sorpresa dalla furia cieca del padre e non ebbe scampo. Poi l’uomo si buttò nel pozzo ma lo ripescarono i pompieri e i carabinieri lo arrestarono. A difendere l’omicida è l’avvocato Nicola Detti. Per questo reato, punibile con l’ergastolo, non è possibile il rito abbreviato. Il bengalese comparirà quindi davanti alla corte formata da giudici togati e popolari. Ma la pena da scontare per lui non sarà in carcere dato il quadro psichiatrico: bensì in strutture di cura e sorveglianza e in qualche angolo della coscienza.