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Arezzo, donna condannata per furto ma dopo anni il derubato che la incolpò svela in un audio: "Non sei stata tu". Processo da rifare

Luca Serafini
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“Sono sicurissimo al 101 per cento che non è lei la persona che quel giorno mi ha derubato”. La frase, registrata con il cellulare e contenuta in un dischetto, può scagionare una donna condannata a due anni di reclusione in via definitiva, che sta scontando in detenzione domiciliare. Quelle parole le ha catturate proprio lei con il cellulare durante l’incontro con l’uomo che all’inizio, dopo aver subìto il furto dei gioielli, l’aveva indicata con certezza, indicandola su una delle fotografie che i carabinieri gli mostrarono. Era l’ormai lontano 2013: un riconoscimento che adesso va in frantumi.
Il processo di revisione per la donna, A.N., 44 anni, albanese, è in programma il 6 ottobre e la storia - un possibile errore giudiziario - merita di essere raccontata. 
Comincia tutto il 17 ottobre a Camucia durante una fiera. Un signore, classe 1946, viene avvicinato da tre figure femminili mentre si trova seduto su una panchina in via XXV Aprile. Gli dicono parole audaci, proposte erotiche, lo toccano pure e mentre quello rimane disorientato un attimo, gli sfilano la collana d’oro con il crocifisso (peso un etto e mezzo) e il bracciale marchiato Unoaerre. Un bel bottino per migliaia di euro. Quando lui se ne accorge le tre (due donne e una ragazzina) sono sparite tra i banchi e la folla della fiera d’autunno. Non resta che andare dai carabinieri a sporgere denuncia.

Scatta l’indagine nel corso della quale i militari dell’Arma, acquisiti elementi e sommarie descrizioni dei soggetti, mostrano al malcapitato alcune fotografie di donne. Lui ne riconosce una. E’ un’albanese, incensurata, che viene indagata per furto e finirà a processo. Nel procedimento incardinato al tribunale di Arezzo la donna viene giudicata senza essere presente perché rientrata in patria. Al tempo non scattava, come adesso, la sospensione. E percorrendo dritto il binario del riconoscimento, il giudice nel 2016 condanna la donna a due anni di reclusione e 800 euro di multa. Più il risarcimento dell’uomo: 8 mila euro. In caso di mancato pagamento, niente condizionale, fissa la sentenza.
L’albanese, in quel periodo nel suo Paese, non verserà mai quella somma così da ritrovarsi nei guai seri quando un giorno, rientrata in Italia, le arriva la mazzata tra il capo e il collo. La condanna, non impugnata in appello, diventa definitiva e la pena deve essere scontata. Per lei scatta la detenzione domiciliare al posto del carcere.

Tutto finito? Neanche per sogno. La 44enne non ci sta. Sostiene di non essere una ladra. E di essere vittima di un abbaglio, di indagini frettolose, di casualità. Decide di affidarsi ad un nuovo avvocato, Francesco Valli, e tenta la strada della revisione del processo. Lei, giura, quel giorno a Camucia non c’era proprio. Non ha sfilato affatto la collana e il braccialetto a quel signore. Ma come fare a dimostrarlo e dopo una sentenza definitiva?
Ecco che a dicembre 2020 la donna trova il modo di combinare un incontro con l’uomo vittima del furto. Lui deve affittare una casa e lei si propone, prende l’appuntamento. Ci sono altre persone. Parlano. A un certo punto, lei chiede al 75enne: “Lei mi riconosce?” E lui trasecola: mai vista.

Lei gli spiega: “Per una collana e il braccialetto”. Lui: “A lei non la conosco, hanno cercato la persona sbagliata”. La donna: “Ma io sto scontando due anni”. L’uomo: “Io sono stato derubato, mica uno scherzo..., ho fatto denuncia... probabilmente hanno preso la persona sbagliata”. E ribadisce che “io di fronte a lei, sono sicurissimo, non è la persona che mi ha derubato”. L’avvocato Valli ha ricucito tutta la vicenda evidenziando un altro aspetto: l’uomo, all’epoca, indicò che la donna aveva dei porri sulla fronte. Ma la 44enne non li ha oggi né li aveva in passato. Scambio di persona? Possibile. La richiesta di revisione, con questi e altri rilievi, è stata presentata a giugno e accolta ad agosto. Il processo di revisione si terrà a Genova, sede deputata quando c’è da accertare se la giustizia ha preso o no un grave abbaglio.