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Arezzo, pianificò omicidio del marito: condannata a sei anni, ora è in carcere. Con la complice assoldò un pugile ma il piano fallì

Luca Serafini
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Ora l’hanno rinchiusa in carcere. Deve scontare sei anni di reclusione. “Simona Bianchi ha progettato l’omicidio del marito”, stabilisce la sentenza definitiva della Cassazione. Un delitto tentato, mai avvenuto perché il pugile assoldato come killer fece retromarcia e svelò il piano alla polizia. Il pronunciamento della Suprema Corte è di luglio e pone fine a un processo infinito. E durante l’estate per la donna, 52 anni, si sono aperte le porte della cella di Sollicciano. Pena di cinque anni per Maria Gabriella Paci, la complice 61enne. E’ una storia complicata e controversa che nel 2011 ad Arezzo fece molto rumore. E che ruota intorno alla ricca eredità di Giovanni Bozzo, il marito della Bianchi, la vittima designata. Doveva essere accoppato nel corso di una rapina messa in atto nelle campagne del Bagnoro. Per l’aggressione era stato individuato un giovane boxeur aretino. Ma saltò tutto e la squadra mobile fece emergere l’intrigo noir. La morte del facoltoso aretino arrivò poi in modo naturale nel 2014 all’età di 75 anni. E la vedova, seppur detenuta, non rinuncia affatto a rivendicare l’eredità. Sarebbe intenzionata a chiedere un processo di revisione per affermare la sua innocenza. Che la rimetterebbe in gioco per i beni in ballo: valore circa quindici milioni. Sì, perché lei è sempre rimasta moglie di Giovanni Bozzo e gli è stata accanto fino al decesso, nonostante la pesantissima accusa ora divenuta verdetto. Nel patrimonio bloccato dalle cause, c'è anche la splendida Fattoria di Gragnone, trasformata in relais, con terreni circostanti. 
Ma ripartiamo dall’inizio della tortuosa vicenda sulla quale la Cassazione nel 2018 aveva annullato i 10 anni di pena inflitti alla donna, rinviando le carte a Firenze per un nuovo giudizio. Ora invece i supremi giudici in 14 dense pagine di motivazioni hanno respinto i ricorsi delle signore Bianchi e Paci, confermando le condanne della corte d’appello, del 2019, a 6 e 5 anni. 
E’ l’ottobre 2011 quando un pugile vuota il sacco dalla polizia. Dice di essere stato contattato da una donna (Gabriella, vicina di casa della Bianchi) per eliminare il signor Bozzo. Gabriella, inquilina dell’uomo, era in attrito con Bozzo per motivi di affitto. Gli inquirenti lasciano che il piano si dipani e nella notte prefissata per l'imboscata saltano fuori con le manette. Lo fanno dopo il passaggio di denaro al boxeur, per il pugno fatale da sferrare. E’ il 18 ottobre e l’inquilina viene arrestata mentre è in auto con il pugile, al quale ha dato l'’acconto sul compenso. Poi viene a galla che l’ispiratrice della maldestra iniziativa è la moglie di Bozzo. La storia è un intrigo davvero particolare: un pugile ingaggiato per il lavoretto, e cioè dare un colpo ben assestato alla testa dell’uomo nella parte fragile per una precedente operazione, in cambio di 5 mila euro; due donne in combutta tra loro: la moglie del facoltoso anziano e l’altra, in astio con lui per affitto e multe relative ai cani.
Il primo processo con rito abbreviato celebrato nel 2013 davanti al giudice Anna Maria Loprete porta alle due condanne, 10 e 8 anni, con la posizione della Bianchi ritenuta più grave dell’altra per il rapporto coniugale con la vittima del tentato omicidio. Ma non finisce lì. Si arriverà all’annullamento in Cassazione dove il ricorso del compianto avvocato Antonio Bonacci, all’epoca difensore della Bianchi, fa sorgere dubbi sulla effettiva consumazione del reato: non un tentativo di assassinio solo chiacchiere. Non ci sarebbero stati atti idonei a perpetrare realmente il delitto. Le signore possono anche aver architettato qualcosa ma un vero progetto di omicidio come lo intende il codice penale non ci sarebbe stato, dicono in sostanza i giudici di terzo grado in quella fase rinviando tutto a Firenze. Dove invece le cose cambiano fino, appunto, alle condanne definitive del 2 luglio. I ricorsi degli avvocati Giordano e Martucci si sono infranti sulla Cassazione che sulla base di precedenti orientamenti e alla luce dei fatti ha affermato la penale responsabilità delle due.
In sospeso resta la battaglia legale per l'eredità iniziata prima ancora del secondo grado di giudizio. L'avvocato Riccardo Fanti segue la vedova e ha promosso la causa svincolata dal processo penale, dall’esito incerto, aperta a ogni esito. 
Tra i nodi da sciogliere anche il fatto che il defunto, nonostante avesse continuato a convivere con la moglie, ha predisposto un testamento controverso. I beni sono attualmente gestiti da un curatore. Il figlio della coppia, che vive con la mamma, è ancora minorenne. 
La vicenda è seguita dal giudice della sezione civile di Arezzo.