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Arezzo, ogni giorno dieci infortuni sul lavoro e spesso quelli lievi non vengono denunciati. Meno morti ma situazione preoccupante

Giovanna Belardi
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Di lavoro si continua a morire e a star male. E il progressivo rientro a una presunta normalità dopo l’effetto pandemia lo dimostra. Il numero di incidenti sul lavoro in Italia verificatisi in questi ultimi giorni torna a far parlare di sicurezza. Rispetto all’anno scorso i numeri delle denunce di infortuni registrate dall’Inail segnano un progressivo aumento in generale per tutta la Toscana, dove nel periodo tra gennaio e agosto si sono contate 27.445 segnalazioni a fronte delle 24.435 dell’anno precedente.

Per Arezzo le denunce in questo periodo preso in esame sono state 2.511 (circa dieci al giorno), lo scorso anno 2.269. Più incidenti, meno mortali: due finora rispetto ai quattro totali del 2020. Numeri troppo alti, spiega la Cgil, soprattutto date le particolarità di questo biennio: nel 2020 c’è stato il lockdown e nell’anno in corso ancora il numero di ore lavorative non ha raggiunto quello pre pandemia, visto il ricorso da parte delle aziende alla cassa integrazione. 

Per intenderci, le ore in gioco ancora non sono tornate al livello di quelle pre Covid, ma le denunce stanno risalendo.
“Quello che richiede attenzione è notare come stanno praticamente scomparendo le segnalazioni degli infortuni lievi - segnala Marco Rossi, responsabile welfare Cgil Arezzo -. E’ un fatto in contraddizione che aumentino quelli gravi senza che ci siano quelli più lievi, fatto che contrasta con qualsiasi proiezione, in particolare con la piramide degli infortuni che secondo questi dati sta diventanto un rettangolo. Insomma c’è qualcosa che non torna proprio”.

Secondo Rossi la responsabilità è del fatto che molti infortuni non vengono segnalati come incidenti sul lavoro e inevitabilmente finiscono nella banca dati dell’Inps senza alcuna distinzione tra lavoro e malattia. 

“Nel commentare i dati dell’Inail va tenuto conto dell’abbassamento delle ore di lavoro - continua Rossi - perché ci sono ancora aziende in cassa integrazione. E i numeri che vediamo, su scala regionale e nazionale sono molto preoccupanti perché tenendo conto delle minor ore lavorative, le denunce di infortuni continuano a salire agganciandosi al trend avviato nel 2016”.
I settori più colpiti a livello di incidenti anche mortali sono in particolare l’agricoltura ma si aggiungono anche gli infortuni in itinere, quelli che si verificano durante il tragitto verso il lavoro e che, secondo Rossi, danno il quadro della situazione di stress sempre più collegata all’ambito lavorativo. 

Dunque che fare?

“La prevenzione nei luoghi di lavoro dovrebbe essere uno stile di vita: c’è ancora tanto da fare nella formazione. Ci sono ancora troppi fogli e poca sostanza. La prevenzione da noi attacca poco culturalmente nonostante ci siano norme articolate e anche complesse. Si continuano a scrivere le leggi ma se non si cambia la cultura poco c’è da fare. E poi un’altra questione su cui riflettere - conclude Rossi -, come finiscono in termine di giustizia questi infortuni? La proposta di Landini di fare una patente a punti per le imprese potrebbe fare da deterrente. Poi ci sarebbe bisogno di avere una banca dati adeguata per gli infortuni, includendo anche i dati Inps. Ancora purtroppo c’è tanto da fare”.