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Assoluzioni Bpel, respinto il teorema della procura di Arezzo sulla bancarotta: ora motivazioni e appello

Marco Antonucci
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Tutti assolti tranne Alberto Rigotti, condannato a sei anni per sette dei sedici capi di imputazione che gli erano stati contestati. Il verdetto del processo per il crac di Banca Etruria è stato letto dal giudice Giovanni Fruganti qualche minuto dopo le 9.30 di ieri mattina. “Il fatto non sussiste” è la formula che mette la parola fine sulla vicenda processuale di 22 ex figure di vertice dell’istituto di Via Calamandrei: un ex presidente - Lorenzo Rosi - due vice presidenti - Giorgio Guerrini e Giovanni Inghirami - componenti del consiglio di amministrazione e sindaci revisori. Il pool che in Procura ha indagato sul dissesto finanziario dei conti della banca aretina li aveva chiamati in causa per le ipotesi di bancarotta fraudolenta o semplice. Tutti assolti, un lungo elenco che oltre ai già citati Lorenzo Rosi, Giorgio Guerrini e Giovanni Inghirami comprende anche Federico Baiocchi De Silvestri, Augusto Federici, Mario Badiali, Saro Lo Presti, Piero Burzi, Franco Arrigucci, Paolo Luigi Fumi, Giampaolo Crenca, Paolo Cerini, Carlo Platania, Alberto Bonaiti, Massimo Tezzon, Carlo Polci, Luigi Bonollo, Gianfranco Neri, Maurizio Bartolomei Corsi, Ugo Borgheresi, Laura Del Tongo e Andrea Orlandi. 
Una sola condanna, quella di Alberto Rigotti, l’imprenditore trentino ed ex membro del cda della banca che si era visto contestare dalla Procura, tra le altre operazioni, anche le sofferenze accumulate dal gruppo Abm Network, protagonista di quello che era stato definito “il colpo di stato”, quel voto che portò alla revoca di Elio Faralli e al successivo insediamento di Giuseppe Fornasari al vertice di Bpel. Sei anni la pena stabilita dal collegio dei giudici presieduto da Giovanni Fruganti, con a latere Ada Grignani e Claudio Lara; la Procura aveva chiesto una condanna a sei anni e sei mesi. Adesso l’attenzione si sposta tutta sulle motivazioni. Procura, parti civili e difensori dovranno attendere i novanta giorni entro i quali i giudici fisseranno i motivi sui quali si basa la loro decisione, letta ieri mattina in un’aula Miraglia gremita di avvocati. Pochi i risparmiatori presenti tra il pubblico, ma un elenco lunghissimo di parti civili (oltre duemila quelle che erano state ammesse al procedimento) ricordate attraverso la lettura dei provvedimenti che le hanno riguardate, lettura che si è protratta per oltre un’ora. Disposto il rimborso delle spese legali, mentre l’eventuale risarcimento sarà di competenza di un altro giudizio ma in sede civile. Ieri alla Vela si è chiuso un capitolo importante della storia giudiziaria di Banca Etruria, quel maxi processo che dalla prima udienza, nella primavera del 2019, ha visto ripercorrere gli ultimi travagliati anni dell’istituto di Via Calamandrei. Dal cambio al vertice tra Faralli e Fornasari all’arrivo degli ispettori di Banca d’Italia, al nuovo cambio con Lorenzo Rosi al timone della banca, fino all’arrivo dei commissari e alla messa in risoluzione nel novembre 2015. Sotto la lente della Procura erano finite operazioni finanziarie per 200 milioni di euro: dalla Privilege - la costruzione del maxi yacht rimasto ad arrugginire in un cantiere navale di Civitavecchia - ai finanziamenti Sacci, Villa San Carlo Borromeo, Città Sant’Angelo per citarne alcune. Prima di ieri sulla bancarotta si era già pronunciato un giudice. Nel corso dell’udienza preliminare erano state infatti giudicate le posizioni dell’ex presidente Giuseppe Fornasari e dell’ex direttore generale Luca Bronchi - condannati a cinque anni - del vicepresidente e direttore generale Alfredo Berni (due anni) e dell’ex consigliere di amministrazione Rossano Soldini (un anno) che nel 2009 se ne era andato via in aperta contrapposizione con i vertici di allora della banca.

“Con questa sentenza l’impianto accusatorio è completamente caduto. Aspettiamo di leggere le motivazioni ma è evidente che l’ipotesi di far ricorso in appello diventa plausibile. Del resto questa sentenza si pone in contraddizione con quella precedente in seguito alle condanne comminate per bancarotta con rito abbreviato”. Sono queste le dichiarazioni rilasciate alle agenzie dal procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, a qualche ora di distanza dalla lettura della sentenza del processo sul crac Banca Etruria. Il riferimento del capo della Procura aretina è alla sentenza che, con rito abbreviato, era stata emessa nei confronti dell’ex presidente Giuseppe Fornasari e dell’ex direttore generale Luca Bronchi (condannati a cinque anni), dell’ex vicepresidente e direttore generale Alfredo Berni (due anni) e all’ex membro del cda Rossano Soldini (un anno): la posizione di quest’ultimo era particolare, visto che nel 2009 se ne era andato dal consiglio di amministrazione per profonde divergenze con i vertici di allora. Ieri mattina, alla lettura della sentenza da parte del giudice Fruganti, erano presenti nell’aula Miraglia alla Vela i sostituti procuratori Angela Masiello e Julia Maggiore, i due magistrati che insieme al collega Andrea Claudiani (oggi al tribunale di Perugia) hanno dato vita a quel pool che, al terzo piano dell’ex Garbasso, si è occupato dei vari filoni di indagine sul default dell’istituto bancario aretino. Sia Masiello che Maggiore, una volta terminata la lettura della sentenza, hanno lasciato l’aula senza rilasciare alcuna dichiarazione.