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Arezzo, sospesa dal lavoro per opinioni sul Covid su Facebook, il giudice alla Asl: "No a metodi da Grande fratello di Orwell, atto ingiusto"

Luca Serafini
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“Una sanzione disciplinare tanto ingiusta quanto sproporzionata” contro una “lavoratrice madre impegnata quotidianamente in prima linea per fronteggiare la gravissima emergenza pandemica ancora in atto”.

E’ con queste parole che il giudice del lavoro di Arezzo bacchetta la Asl Toscana sud est, condannata a reintegrare la dipendente sospesa per sei mesi dopo alcuni post su Facebook in materia di Covid. Sono state depositate ieri le sei pagine nelle quali il giudice Giorgio Rispoli spiega la decisione del 29 settembre scorso, anticipata giorni fa dal Corriere di Arezzo.

“Libertà di espressione”, “diritto di critica”: questo viene affermato nella sentenza che tra l’altro censura certi metodi di controllo dei dipendenti che ricordano il Grande Fratello di Orwell, quel sistema invasivo e limitativo delle libertà individuali descritto nel romanzo capolavoro 1984. “Se in tema di diritto di critica del lavoratore è opportuno contemperare la libertà di espressione con il dovere di fedeltà alla parte datoriale”, scrive il giudice “quest’ultimo non può neppure estendersi fino a prefigurare scenari surreali, tali da rievocare l’immagine del cosiddetto “psico-delitto” proprio delle distopie Orwelliane, in cui il lavoratore – nella sua vita privata di libero cittadino e al di fuori delle incombenze a cui è adibito – deve preoccuparsi di non esprimere un pensiero su tematiche di attualità che possa risultare sgradito alla linea “politica” (in senso alto) al momento privilegiata dal datore di lavoro, pena la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio”.

Il caso riguardava A.M., operatrice sanitaria in servizio all’ospedale San Donato colpita da una sanzione disciplinare irrogata il 2 marzo 2021 dalla Asl: stop dal lavoro per sei mesi con privazione dello stipendio. Motivo: certi suoi scritti apparsi sul social Facebook finiti sotto gli occhi dei dirigenti dell’Asl e non graditi. Nello specifico la donna, fuori dall’orario di servizio, commentando una notizia pubblicata da Sky Tg24 sui tamponi ai bambini, un giorno avrebbe scritto “fatevelo nel vostro c... un bel tampone 30 x 20 se vi piace tanto… ma non toccate i bambini”. In un secondo post, commentava dichiarazioni del negazionista Diego Fusaro sulla “pandemia degli asintomatici”. Infine, in una discussione sul social, commentando il post di un’altra persona su un medico del San Donato, la Oss distingueva tra morti di Covid e morti per Covid auspicando chiarezza, con cartelle cliniche e autopsie, “per non confondere i creduloni”. Aggiungeva anche opinioni personali sulle cure e sul prolungamento delle sofferenze degli ultra ottantenni afflitti da altre patologie oltre il Covid.

“Sanzione disciplinare illegittima”, sentenzia il giudice Rispoli accogliendo il ricorso presentato lo scorso aprile da A.M. attraverso l’avvocato Stella Scarnicci. “Le espressioni a lei attribuite risultano inidonee a determinare una qualsiasi lesione del vincolo fiduciario in essere nei confronti del datore di lavoro”. Il giudice radica la sentenza attorno all’articolo 21 della Costituzione (Diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione) e al principio della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ritiene la libertà di espressione fondamento della società democratica. Esaminado quindi i tre post su Facebook, il diritto di critica della donna non avrebbe travalicato i limiti fino a ledere il dovere di fedeltà nei confronti del datore di lavoro, sancito dall’orientamento giuridico come elemento grave sul quale interrompere una prestazione di lavoro. La operatrice sanitaria non avrebbe intaccato l'onore o la reputazione della Asl o di un suo medico esorbitando dal legittimo esercizio del diritto di critica quale libera manifestazione del proprio pensiero. Nessun riferimento esplicito a scelte gestionali dell’azienda.

Nel dettaglio, in merito alla questione dei tamponi ai bambini, la Oss ha espresso disappunto sul test salivare destinato ai piccoli. “Seppure la ricorrente ha utilizzato un linguaggio particolarmente scurrile – probabilmente perché emotivamente scossa al pensiero di una possibile sottoposizione d’infanti a test clinici particolarmente invasivi – il fulcro del messaggio che intendeva veicolare non può che ritenersi di segno positivo, in quanto orientato alla massima protezione dei bambini”.

E dal post, prosegue il giudice “non si riscontra alcuna critica e/o riferimento specifico alla efficienza dei tamponi come mezzo di diagnosi per il Covid 19, né tantomeno all’operato dell’azienda datrice di lavoro”. Quanto al commento sul pensiero di Diego Fusaro, poi, l’Asl avrebbe equivocato il senso. “Dal dato letterale del post in oggetto si evince, chiaramente, come il giornalista “negazionista” volesse criticare apertamente le misure di lockdown, adottate dal Governo, qualificandole come “arresti domiciliari” e, contestualmente, sminuendo la pandemia da Covid-19, ritenendo che si trattasse, ironicamente, di semplice pandemia degli asintomatici”. Pertanto, la dipendente Asl quando scrive “è arrivata la tremenda pandemia degli asintomatici… proprio così!!! ridicoli imbecilli” secondo Rispoli “criticava esplicitamente la tesi negazionista del giornalista, apostrofando come ’ridicolo’ quanto riportato.

Appare pertanto che l’azienda abbia totalmente travisato il senso del post della propria dipendente, interpretandolo in maniera opposta”. Infine, la donna ha scritto che sarebbe stato opportuno effettuare esami autoptici sui cadaveri per ottenere riscontri certi in merito alle cause del decesso e se quest’ultimo fosse riconducibile al virus. “Siffatta asserzione costituisce una mera espressione della libertà di pensiero della ricorrente, nella cui formulazione, quest’ultima non manifestava neppure in questo caso alcun riferimento né specifico a medici dell’Azienda Usl Toscana Sud-Est, né tantomeno generico all’Azienda datrice di lavoro medesima”.

Il medico della Asl tirato in ballo nella discussione, “era stato criticato da un altro utente di Facebook, in un commento di riposta ad un post della Oss; ne deriva che nessuna censura può riguardare la persona della ricorrente”.
Oltre all’annullamento della sanzione disciplinare, con restituzione del dovuto, la Asl dovrà pagare le spese di lite della ricorrente, circa 10 mila euro.