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Arezzo, l'imprenditore Piero Iacomoni (Monnalisa) assolto: l'export fu regolare, il fatto non sussiste

Luca Serafini
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Le operazioni doganali erano perfettamente regolari, quindi “il fatto non sussiste”. Assolto Piero Iacomoni, l’imprenditore di Monnalisa, presidente dell’azienda di abiti di lusso per bambini e promotore di opere di solidarietà.

Non c’è stato alcun tentativo di falsificare le documentazioni prodotte alla dogana per ottenere vantaggi con il commercio di prodotti all’estero: è questa la conclusione alla quale è giunta Ada Grignani, giudice monocratico di Arezzo. Una vicenda che risale al 2018 e si è conclusa il 13 ottobre con la sentenza di assoluzione. “Mi fa piacere che sia stata accertata la verità, io ho sempre lavorato alla luce del sole ed ero assolutamente sereno perché consapevole del mio operato”, dichiara Iacomoni.

Una grana giudiziaria che tra l’altro lo scorso anno ha bloccato l’iter per l’assegnazione del riconoscimento di cavaliere del lavoro, titolo che a Piero Iacomoni spetta di sicuro per la storia imprenditoriale, assieme alla moglie Barbara Bertocci, con la creazione di un’azienda di successo mondiale che brilla sotto il profilo economico ed etico. Proprio in questi giorni la Fodazione Monnalisa ha aperto un nuovo charity shop a Perugia: formula di negozi che vendono capi Monnalisa delle vecchie collezioni a prezzi accessibili e con flusso di proventi destinato ad associazioni impegnate in attività sociali e umanitarie.

Tornando al processo, nel quale Iacomoni era difeso dall’avvocato David Scarabicchi, l’imprenditore era imputato come rappresentante legale di Monnalisa spa. L’ipotesi della procura, rivelatasi infondata, era che per beneficiare un trattamento doganale preferenziale, e cioè l’esenzione del pagamento del dazio, l’azienda avrebbe presentato alla Dogana di Arezzo una dichiarazione di esportazione , con relativa fattura e certificato delle merci, che avrebbe indotto in errore il funzionario della Dogana. Il nodo era rappresentato dalla natura del prodotto (per un valore di 60 mila euro): se si trattasse o meno di capi “made in Italy” titolati al beneficio.

Ed è chiaramente emerso che si trattava proprio di abbigliamento per bambini realizzato in Italia. La pratica di vendita quindi rispettava le norme, in virtù degli scambi preferenziali con la Serbia. E riguardava il cliente finale, non il venditore. Insomma, un’accusa che non stava in piedi. “Ho affrontato il processo quale presidente del cda e quindi con ruolo di responsabilità, rimettendomi alla giustizia nella quale ho sempre avuto fiducia: la verità è venuta a galla”, dice Iacomoni. “Il titolo di cavaliere? Io sono il Piero Iacomoni di sempre, in ogni caso sarebbe bellissimo”.