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Cassazione: il Brasile non deve pagare 400 milioni a Italplan per progetto alta velocità

Luca Serafini
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Il Brasile non deve pagare 400 milioni all’azienda Ialplan. La Cassazione ha fatto carta straccia del decreto ingiuntivo che la società di progettazione aretina era riuscita ad ottenere contro la repubblica federativa brasiliana. Una disputa incentrata sul pagamento di circa 250 milioni di euro che nel corso degli anni erano pure lievitati per effetto di interessi e spese. Soldi rivendicati da Italplan engineering environment & transports S.p.A. (oggi fallita) nell’ambito di una complicatissima controversia con oggetto il lavoro progettuale [TESTO]svolto per il collegamento ferroviario (TAV) tra Rio de Janeiro e San Paolo[/TESTO]. L’incarico per l’alta velocità era stato commissionato alla Italplan dalla Valec engenharia construcoes e ferrovias S.a., una impresa statale alla quale era delegato lo sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria brasiliana. La repubblica federale del Brasile rivestiva la posizione di garante.

Sul contenzioso aperto per il mancato pagamento del saldo, la condanna sembrava definitiva ed era stata confermata dal tribunale di Arezzo e dalla corte d’appello di Firenze. Ma lo stato brasiliano si è opposto al pagamento e ha portato le sue ragioni dinanzi Cassazione, con la suprema corte che le ha ritenute valide e le ha accolte. I legali italiani messi in campo dal Brasile hanno fatto leva su un aspetto cruciale e cioè che il mancato rispetto del Trattato Bilaterale in essere tra l’Italia e il Brasile rendeva inesistente la notificazione del decreto di condanna, con conseguente inefficacia del decreto stesso.

Questioni complesse di diritto internazionale ora fissate nel pronunciamento dei giudici della Cassazione che pongono l’altolà alla richiesta dell’ingentissima somma da parte della società Italplan. Resta il fatto che la società valdarnese, con sede a Terranuova Bracciolini, in seguito alla mancata riscossione per gli avanzamenti del lavoro progettuale della mastodontica infrastruttura, è precipitata in una crisi irreversibile fino al fallimento. Vicenda, questa, che ha pure originato un procedimento penale con l’ipotesi di accusa della bancarotta: questo novembre ad Arezzo prosegue l’istruttoria del processo ai vari imputati. Al centro delle accuse l’aumento di capitale effettuato nel 2004 con il conferimento del progetto ed il successivo dissesto.

Era il 2012 quando il tribunale di Arezzo bloccò tutti i conti correnti delle rappresentanze diplomatiche brasiliane in Italia in seguito all'ennesimo rifiuto da parte del Brasile, al pagamento del lavoro svolto dalla ditta aretina. L'Italplan nel 2005 era stata selezionata dall’ente pubblico brasiliano per la TAV San Paolo - Rio de Janeiro, poi mai realizzata. Un incarico prestigioso e cinque anni di duro lavoro per realizzare il progetto preliminare e poi quello esecutivo. Nel 2009 la consegna degli elaborati progettuali, senza ricevere nessun pagamento. Nel 2010 il caso arrivò anche sul tavolo del governo centrale. Nove anni fa la decisione del tribunale aretino che, sottolineava all’epoca la Regione, riconosceva “il giusto diritto a veder retribuito un lavoro di progettazione di grande valore e qualità”. Ora il colpo di spugna dei supremi giudici, un buco mai risolto e un groviglio di accuse penali che sta per arrivare al pettine.