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Arezzo, negato risarcimento da due milioni e mezzo a familiari di ex dipendente Sacfem. "Decesso non per amianto"

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Luca Serafini
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Ricorso infondato”. Il giudice del lavoro di Arezzo ha respinto l’istanza dei familiari di un ex lavoratore del Fabbricone che chiedevano un risarcimento di oltre due milioni e mezzo per la morte del loro congiunto esposto all’amianto durante l’attività svolta alla Sacfem. Il decesso sarebbe stato conseguenza dell’azione delle fibre nocive sul suo organismo. La causa contro Bastogi spa e Sofir Italia srl è stata definita con recente sentenza del giudice Giorgio Rispoli. Risarcimento negato perché, si legge nella sentenza, la morte non è avvenuta per mesotelioma pleurico.

Determinante per l’esito della controversia è stata la consulenza tecnica d’ufficio affidata al medico legale, il dottor Brunero Begliomini. Il medico ha accertato che l’uomo è deceduto per “carcinoma a piccole cellule della vescica”. E questa malattia “allo stato delle cognizioni attuali, non è riconducibile alla attività espletata dal defunto in qualità di dipendente della società resistente ”. Secondo il medico legale “mancano alterazioni caratteristiche che invece si dovevano in ogni caso apprezzare qualora si fosse trattato di un mesotelioma anche se a cellule fusate o desmoplastico”.

Ritenuta non pertinente né decisiva una diagnosi che era stata formulata nel 1997 e 1998 sul paziente: l’analisi dei frammenti considerati, si legge in sentenza, non dava un responso univocamente riconducibile alla malattia dell’amianto, il micidiale mesotelioma che ha fatto numerose vittime fra gli ex lavoratori Sacfem, con risarcimenti ai familiari. E’ un caso particolare quello della morte di questo ex dipendente il quale, si legge ancora nella sentenza, soffriva effettivamente di una affezione pleurica ma “non era affetto da mesotelioma” bensì da “asbestosi pleuro – polmonare da esposizione professionale ad amianto”.

A confermarlo sarebbero la documentazione medica e i riscontri clinici successivi alle diagnosi, dopo una dimissione dal reparto di Malattie Infettive del 2009 dove era stato ricoverato per febbre e tosse “… in fibrosi polmonare secondaria ad asbestosi, operato di decorticazione pleurica bilaterale…” e nel 2010 “…. Insufficienza respiratoria cronica in asbestosi polmonare..”. Mai si menziona però un mesotelioma, osserva il giudice, come pure nel 2015 ciò che emergeva era “compatibile col carcinoma neuroendocrino vescicale.” E l’esame della eziologia di quel carcinoma che si rivelò mortale per l’uomo, non è riferibile, stabilisce Rispoli, con il lavoro svolto nella fabbrica che produceva materiale ferroviario in condizioni di alto rischio, è poi emerso, per gli addetti.

“La disamina di testi di riferimento in ambito anatomo–patologico, di medicina del lavoro e medicina oncologica attribuisce al fumo di sigaretta la capacità di promuovere ed indurre quella neoplasia a livello polmonare, ma non si parla di amianto come agente responsabile di quella neoplasia a livello vescicale dove invece si richiama la capacità oncogena oltre che del fumo, di sostanze chimiche in uso industriale (amine e coloranti in particolare) per le forme a cellule transazionali”.

Secondo il giudice del lavoro di Arezzo, quindi, non c’è il nesso di causa ed effetto tra il lavoro svolto al Fabbricone dall’uomo, l’esposizione all’amianto e la patologia che ne ha causato il decesso. Ricorso respinto, quindi. Altre dolorose vicende analoghe sono ancora al vaglio del tribunale. “La peculiarità della materia giuridica trattata, nonché la rilevanza sociale della stessa”, scrive infine il giudice del lavoro di Arezzo, “giustifica l’integrale compensazione delle spese di lite fra le parti”.