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Arezzo, medici di famiglia in pensione e non c'è ricambio. Grisillo: "Nessuno vuole andare in periferia"

Francesca Muzzi
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Mancano i medici di famiglia. Nel giro di due anni dal 1 novembre 2019 alla stessa data del 2021, 26 medici nel distretto di Arezzo, Casentino e Valtiberina sono andati in pensione e 6 hanno cessato gli incarichi provvisori. In questo lasso di tempo, 16 medici sono stati assunti e 11 hanno incarichi provvisori. Mancano dunque all’appello dieci medici di famiglia titolari, mentre ne sono stati guadagnati 5 provvisori.

 

 

Il caso di Anghiari, dove i cittadini lamentano l’assenza del dottor Gian Pietro Guadagni, è uno tra i tanti che colpiscono le zone periferiche, specialmente in questo periodo di pandemia dove tanti medici sono andati in pensione. Ma perché non ci sono ricambi? “Perché abbiamo meno medici rispetto a quelli che vanno in pensione e questo è frutto prima di tutto di una errata programmazione nazionale degli scorsi anni”, sottolinea il dottor Dario Grisillo, segretario provinciale del sindacato dei medici di medicina generale. “In questo periodo poi abbiamo assistito ad un sovraccarico di lavoro e tanti dottori che magari non hanno l’infermiera o la segretaria che li aiuta a sostenere i carichi di lavoro, si sono ritrovati a gestire valanghe di situazioni, per cui chi magari sarebbe dovuto andare in pensione più tardi, lo ha fatto ora”. E quando un medico va in pensione, se si crea carenza assistenziale come in Valtiberina, la soluzione primaria è quella di aumentare il massimale - cioè il numero dei pazienti - ai medici che rimangono. “Quindi se un medico ha 1.500 pazienti, può arrivare fino a 1.800- prosegue Grisillo - ma alla fine è un cane che si morde la coda perché aumenta ulteriormente il carico di lavoro”. Poi c’è un altro fattore e cioè che un medico giovane, “è difficile che scelga di andare a lavorare in periferia, perché ci deve anche vivere. Chi può scegliere, preferisce restare in città”. Alcuni di questi, poi, se possono ancora scegliere, accettano “un turno o più di uno presso le Usca piuttosto che la convenzione di medicina generale. Le unità speciali di continuità assistenziale - prosegue Grisillo - importantissime per il lavoro che svolgono e che hanno svolto specialmente nei periodi più importanti della pandemia, offrono turni ben remunerati, tanto che i medici che escono dalla formazione preferiscono accettare”.

 

 

Il rischio è quello che con l’avanzare dei pensionamenti, salga l’allarme e che il problema diventi importante non solo nelle periferie, ma anche in città. “Abbiamo cercato anche di parlare con i sindaci delle varie località - dice ancora Grisillo - per dare incentivi ai medici per scegliere la periferia. Invece un giovane camice bianco, oltre a trasferirsi in pianta stabile, deve anche procurarsi un alloggio e uno studio medico che sia adeguato e a norma”. “Bisognerebbe - aggiunge ancora Grisillo - almeno dare ai medici le risorse per dotarsi di personale di segreteria ed infermieri e favorire il lavoro di gruppo come nelle medicine di gruppo o nelle Case della salute”. Un’emorragia che è solo all’inizio.