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"Non è lei la ladra". Ma ormai è troppo tardi e per la donna condannata per furto niente processo di revisione

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Luca Serafini
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Non ci sarà un processo di revisione per Aferdita, la donna albanese che sostiene di essere stata condannata per un furto mai commesso, tanto che ha pure registrato un audio nel quale il derubato la scagiona: “Non sei stata tu”. E’ una storia di giustizia ingiusta, secondo la 44enne residente a Cortona: nei giorni scorsi si è vista respingere l’istanza per un processo bis. A emettere la sentenza è stata la Corte d’Appello di Genova, competente nei casi in cui si devono passare al vaglio le decisioni dei giudici aretini e, in caso, riaprire vicende per correggere errori. 

Tutto verte su una collana d’oro e un bracciale che in un giorno di mercato, a Camucia, furono sfilati con destrezza ad un signore. Era il 2013. Tre ragazze lo avvicinarono sulla panchina dove era seduto, gli fecero complimenti e moine, carezze e toccamenti, insomma lo mandarono in confusione e quindi lo derubarono. Ad Aferdita i carabinieri arrivarono in seguito alla denuncia di furto e al riconoscimento della parte offesa: i militari dell’Arma mostrarono delle foto all’anziano e lui indicò Aferdita. Mai individuate, invece, le altre due.

Nel 2016 durante il processo l’uomo confermò il riconoscimento e fu emessa la condanna della donna, irrevocabile, a due anni di reclusione, 800 euro di multa e un risarcimento di 8 mila euro. 
Lei non c’era, al tribunale di Arezzo: tornata in patria con il procedimento penale in corso, non si difese come poteva, non produsse le prove a discarico che ha tirato fuori solo in tempi recenti, nel 2020, ma troppo tardi per ottenere un processo bis. E’ pure finita in detenzione domiciliare. 

Cambiato difensore e nominato l’avvocato Francesco Valli, l’anno scorso la donna è riuscita ad ottenere un documento audio importante: durante un incontro con l’uomo che subì il furto si è presentata rammentandogli quel fatto e le conseguenze da lei avute, l’anziano le ha detto di non riconoscerla affatto e che gli inquirenti avevano preso “la persona sbagliata”. In più, la difesa ha prodotto alla Corte un altro elemento: nella querela il derubato parlava di porri o bolle sulla fronte della ladra, ma Aferdita non li ha mai avuti.

Secondo i giudici genovesi, però, non è sufficiente per la revisione di un processo sollevare solo il dubbio che una testimonianza non sia vera, occorre dimostrare con certezza che non è vera. Il disconoscimento da parte dell’uomo, a distanza di circa sette anni, non presenta sufficienti caratteri di genuinità, per la Corte. Dal 2013 ad oggi possono essere intervenuti cambiamenti di aspetto della donna da non renderla riconoscibile. Ma non è tutto: i giudici contestano anche le modalità con cui è avvenuto l’incontro con l’uomo e cioè un appuntamento combinato con la scusa di vedere un immobile. Ebbene, l’anziano, scrivono i giudici, deve aver vissuto come “un agguato” quella situazione. Trovatosi di fronte ben tre persone, alla domanda a lui rivolta all’improvviso, deve aver risposto “intimorito e sconcertato”, in modo da “compiacere l’interlocutrice”. Quindi la registrazione non vale. 

E la questione dei porri e delle bolle? Aferdita non ha quei segni. La corte d’appello risponde: intanto, in quel lontano 2013 i segni sulla fronte potevano essere momentanei, un eritema passeggero. In ogni caso, l’argomento difensivo andava utilizzato durante il processo d’appello che non c’è stato perché l’imputata non era a conoscenza del procedimento in corso, non in questa fase: in sede di revisione infatti sono ammesse solo nuove prove o la confutazione di quelle presenti. 
La giustizia sa anche essere inflessibile e severissima. Alla donna - che grida forte la sua innocenza - resta l’amarezza di non aver potuto esercitare pienamente il suo diritto difensivo: era tornata a vivere in Albania e fu processata in sua assenza. “Con le norme attuali - sottolinea l’avvocato Valli - la donna non sarebbe stata condannata e messa in detenzione domiciliare”.