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Arezzo, bambino di 13 mesi ingerisce droga: salvato. Indagini per ricostruire l'accaduto

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Luca Serafini
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Il piccolo, tredici mesi, dormiva profondamente nel lettino ma non era il normale sonno di un bimbo. Il suo organismo era stato messo a dura prova dalla droga: è entrato in coma e dopo la corsa in ospedale, portato dai genitori, c’è voluto l’intervento dei medici per salvarlo. Ora il bambino è fuori pericolo, ancora ricoverato al pediatrico Meyer di Firenze dove è stato trasferito dopo le prime cure al San Donato. Il drammatico fatto è avvenuto tra il 9 e il 10 novembre e sull’accaduto sono in corso le indagini dei carabinieri della Compagnia di Arezzo guidata dal maggiore Silvia Gobbini. Il sostituto procuratore Elisabetta Iannelli non ha iscritto nessuno nel registro degli indagati: è una fase molto preliminare dove non sono chiare né la dinamica e la successione dei fatti, né eventuali profili di responsabilità da ipotizzare verso qualcuno. I carabinieri ascoltano persone e acquisiscono elementi per mettere insieme la relazione da presentare in procura. E’ dalle analisi delle urine che i sanitari hanno potuto stabilire l’origine del malessere del bimbo: l’ingerimento di una sostanza stupefacente del gruppo dei cannabinoidi. Per fortuna un quantitativo ridotto. Ma come sia avvenuta l’assunzione della droga è ciò che va appurato con precisione. Il giorno in cui è avvenuta l’assunzione dello stupefacente, il piccolo lo avrebbe trascorso prima a casa con i genitori e poi dalla nonna. Orari e situazioni sono tutti da lumeggiare. Il fanciullo sarebbe sprofondato in un sonno lungo e pesante, tale da allarmare i genitori. La giovane coppia lo ha portato al pronto soccorso dell’ospedale: non era cosciente. E’ dagli ambienti sanitari che successivamente, alla luce della diagnosi, è partita la segnalazione ai carabinieri. Parallelamente al fascicolo aperto dalla procura di Arezzo, si è attivato anche il tribunale dei minorenni per tutte le delicatissime questioni che riguardano il piccino. Al momento non risultano provvedimenti o misure limitative riguardanti i genitori. Escluso lo scenario di una somministrazione volontaria da parte di un adulto, resta da accertare se nei luoghi di vita del bambino vi fosse disponibilità della sostanza, lasciata inavvertitamente e incautamente incustodita. Una eventuale omissione di controllo e vigilanza. Da quello che risulta, dalla perquisizione eseguita dai carabinieri nella casa della coppia non è emersa presenza di droga. Quello che è successo tra la serata di martedì 9 novembre e le ore successive, riporta alla mente la tragica vicenda all’istituto Thevenin. Era il giugno 2011. Diego, 22 mesi, ingerì pasticche di Subutex, medicine della mamma con problemi di tossicodipendenza, scambiate per caramelle. La donna patteggiò. Per la assistente sociale che aveva in carico il bambino e per il coordinatore della comunità, condannati in primo e secondo grado rispettivamente a sei mesi e ad un anno di reclusione, il processo penale si è estinto per la prescrizione.