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Arezzo, "stuprata a 19 anni nella capanna": in aula le prove. Ora la versione dell'uomo poi la sentenza

Luca Serafini
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L’orecchino caduto per terra durante la violenza, le mutandine rosa strappate. Appartenevano alla ragazza e ora sono elementi di prova a carico dell’uomo rumeno imputato per lo stupro.

La vicenda è quella ambientata nella capanna vicino alla Esselunga, in via Leonardo da Vinci, adibita ad abitazione. Ieri in tribunale è toccato alla dottoressa Rosanna Torresi, della polizia di Stato, ricostruire analiticamente i primi accertamenti sulla notte da incubo che la giovane raccontò, sconvolta. Era il luglio del 2019 e ieri davanti ai giudici, con presidente Filippo Ruggiero, si è svolta una drammatica udienza. Importanti i riscontri sugli oggetti che gli inquirenti trovarono nella perquisizione: slip e orecchino della vittima. La ragazza era finita nelle braccia dell’aguzzino, raccontò, dopo un incontro alla stazione. Lei incautamente accettò di seguirlo dall’altra parte della città: si era allontanata da casa, cercava un tetto e compagnia.

Nell’alloggio dei rumeni sarebbe avvenuta la violenza. E l’orrore nella baracca la ragazza aretina lo ha descritto per filo e per segno tempo fa, sotto forma di incidente probatorio. Ora si sta svolgendo il dibattimento per ricostruire tutto. La prossima volta, il 20 dicembre, in aula comparirà l’imputato, all’epoca 46enne. Lo difende l’avvocato Domenico Nucci e fin dall’inizio, riconosciuto nelle foto segnaletiche dalla ragazza, ha sostenuto che si trattò di un incontro consensuale con quella che riteneva addirittura una prostituta. Diametralmente opposta la versione della giovane, parte civile con l’avvocato Beatrice Vanni, e del pubblico ministero Chiara Pistolesi che ha diretto le indagini.

La notte del fattaccio è quella tra 11 e 12 luglio del 2019. La ragazza, con una fragilità psicologica rilevante, viveva un periodo particolare della sua gioventù. Ribelle e ingenua. La brutta vicenda ha finito per rendere ancora più complicata la sua storia personale.

Questo processo, dovrà alla fine stabilire se C.I., il rumeno con precedenti per lesioni, va severamente punito per essersi approfittato della sua capacità di determinarsi, o se invece la giovane si pentì solo successivamente ad un incontro da lei accettato. I due raggiunsero assieme a piedi la capanna nascosta tra la vegetazione alla quale si arriva percorrendo a piedi a ritroso la rampa delle auto che immette in via Leonardo da Vinci. La ragazza non voleva tornare a casa. Ma quella che sembrava la compagnia “giusta” si trasformò in trappola. Al bivacco c’erano altri stranieri, allontanati da C.I. per avere campo libero. La ragazza e l’uomo mangiarono e bevvero assieme.

Ancora più vulnerabile, lui la spogliò e ne abusò nella capanna chiusa a chiave. Durò ore. Questo sostiene l’accusa. All’alba la fuga e la richiesta di aiuto al venditore di hot dog che staziona in zona. Quindi la denuncia alla polizia, le cure in ospedale e i riscontri sulle violenze, le indagini. La polizia individuò il rumeno, rimasto a piede libero e in attesa di un giudizio che arriverà tra qualche settimana.