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Arezzo, infermiera no vax sospesa dalla Asl fa ricorso ma il giudice del lavoro lo respinge: "Costituzione non violata"

Luca Serafini
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La sospensione dell’infermiera non vaccinata è costituzionale. Lo afferma il giudice del lavoro Giorgio Rispoli che con sentenza del 30 novembre - la prima in Italia - ha rigettato il ricorso di una dipendente della Asl, quarantenne, originaria della provincia di Siena e in servizio all’ospedale di Arezzo. Non si è sottoposta al ciclo vaccinale obbligatorio e per lei è scattato lo stop al servizio e allo stipendio (e nell’albo).

Si è appellata in tribunale invocando gli articoli 32 e 3 della Costituzione ma la sentenza fresca d’inchiostro stabilisce che il provvedimento è legittimo. Secondo il giudice non c’è alcuna incompatibilità tra il decreto legge 1/4/2021 numero 44, e l’articolo 32 della Costituzione sulla tutela della salute, dove si legge che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.


Per Rispoli l’obbligo è pienamente legittimo “se il trattamento è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri; se si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che appaiono normali e, pertanto, tollerabili; e se, nell’ipotesi di danno ulteriore, sia prevista la corresponsione di una equa indennità in favore del danneggiato”. E non è violato neppure l’articolo 3 sulla pari dignità dei cittadini.

“E’ dato scientificamente acquisito” motiva il giudice “che i quattro vaccini sono efficaci e sicuri e rispondono pienamente allo scopo perseguito dal legislatore, cioè evitare la diffusione del contagio tra la popolazione con particolare riguardo ai pazienti e agli utenti del sistema sanitario pubblico e privato, più esposti al rischio di infezioni nei luoghi di cura e assistenza”. E ancora: “La vaccinazione sta producendo il risultato di limitare la diffusione del contagio, in generale e nelle strutture sanitarie, impedendo che la trasmissione avvenga proprio nei luoghi di cura in danno dei soggetti più fragili, malati ed anziani proprio per via del personale medico o infermieristico non vaccinato”.

E la misura adottata “non può essere ritenuta discriminatoria” per il “principio di solidarietà verso i soggetti più fragili, cardine del sistema costituzionale (art.2 Costituzione)” e per la “relazione di cura e di fiducia che si instaura tra paziente e personale sanitario”. Il fatto che l’infermiera svolgesse attività amministrativa, di ufficio, senza grande esposizione al contatto con i pazienti, non rileva. A più riprese l’azienda l’aveva sollecitata ad adeguarsi all’obbligo vaccinale in vista del suo rientro al lavoro dopo parto e maternità.

Ma all’Asl non è mai pervenuto alcun riscontro dell’avvenuta vaccinazione né documenti che comprovassero l’impossibilità di assumere l’antidoto perché rischioso per la salute della lavoratrice, che pure ha sofferto di una seria patologia. Pertanto il giudice ritiene corretto che l’Asl si sia preoccupata, come da decreto, del “requisito essenziale per l’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative dei soggetti obbligati”. Un obbligo di sicurezza e di protezione dei lavoratori e nell’interesse della collettività. Ed è inutile, per Rispoli, appellarsi anche al Regolamento UE 2021/953. 

Superate le questioni giuridiche sollevate dai legali dell’infermiera con il ricorso del 7 ottobre, [TESTO]il provvedimento esaminato nel caso specifico è definito “corretto e conforme al paradigma normativo”. [/TESTO][TESTO]La dipendente aveva inviato alla Asl una serie di richieste di congedo maternità successive al parto. L’ultima, facoltativa, era rivendicata dall’infermiera per un precedente parto (2018) quando non ne aveva usufruito. Ma quell’istanza è pervenuta a tempo scaduto, quando [/TESTO]la lavoratrice era tenuta a mettersi in regola per rientrare in sicurezza al suo posto al termine del congedo che aveva per tutto settembre.

Il provvedimento di sospensione, a decorrere da ottobre, è del 2 settembre 2021, la richiesta di congedo dell’8 settembre. L’Asl aveva anche escluso la ricollocabilità della donna in altri ruoli. La sentenza è la prima in Italia ad affrontare la questione di legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, gli altri provvedimenti erano tutti cautelari, nello stesso senso, ma senza pronunciarsi espressamenti sulla questione. La decisione è impugnabile. Per fare cessare la sospensione, basta vaccinarsi. O attendere il 2022: il decreto ha efficacia fino al 31 dicembre.