Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Morte di Martina Rossi, i due accusati di falso chiedono messa alla prova con lavori socialmente utili. "Dimostrino di aver riflettuto"

Martina Rossi

Luca Serafini
  • a
  • a
  • a

Chiedono la messa alla prova con i lavori socialmente utili, i due giovani accusati di false informazioni nelle indagini sulla morte di Martina Rossi, la ragazza morta precipitando dall’hotel delle vacanze il 3 agosto 2011. Sfuggiva alla violenza sessuale, ha fissato la Cassazione che ha posto il sigillo alla condanna a 3 anni di reclusione per Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi. 

Ieri a Genova era il giorno del processo agli altri due giovani di quello sciagurato viaggio da Castiglion Fibocchi a Palma di Maiorca: Enrico D’Antonio, e Federico Basetti, 29 e 30 anni, sono a processo perché avrebbero raccontato balle per coprire gli altri due. Reato che, in caso di condanna può determinare una pena fino a 4 anni. La mossa a sorpresa è stata illustrata ieri in aula dai difensori dei due, gli avvocati Alessandro Serafini e Massimo Scaiol di Arezzoi. La proposta fatta al giudice Lepri è quella di concedere ai giovani lo strumento giuridico che chiude il procedimento penale ed estingue il reato a condizione che la persona accusata si sottoponga ad un percorso di impegno civile da svolgere nel volontariato. 

Il giudice ha preso atto di questa volontà ed ha fissato una udienza per il 7 aprile 2022 nella quale valuterà le proposte concrete dei due e deciderà se accogliere la “map” (messa alla prova). Non si tratta di un patteggiamento e tantomeno c’è ammissione di colpa: il merito della vicenda non viene proprio affrontato. Certo è che l’esito del processo madre, quello ad Albertoni e Vanneschi, condannati in via definitiva per tentato stupro di Martina, ha indotto le difese ad una riflessione. 

Ieri a Genova in aula c’erano anche i genitori della ragazza che, fissano le motivazioni, perse la vita mentre scavalcava il balcone della camera 609 per trovare riparo in quello accanto. Perse contatto e cadde nel vuoto dal sesto piano. 

Il giudice Lepri dovrà valutare tutta la situazione, avendo già verificato la osservazioni della procura sulla sussistenza dei requisiti per la map, espresse dal pubblico ministero dottoressa Grosso e della parte civile (avvocato Savi). Il reato si estingue nel 2023. Ai due sono contestati i contenuti degli interrogatori resi agli inquirenti che avevano riaperto il caso della morte di Martina Rossi, frettolosamente archiviato in Spagna.

Al momento della tragedia, Enrico e Federico erano in camera con le ragazze: non videro né parteciparono a nulla. Ma poi anziché collaborare per la verità avrebbero dato risposte fasulle e reticenti. Albertoni e Vanneschi da un lato attendono la risposta dei giudici di sorveglianza per l’affidamento in prova ai servi sociali in alternativa al carcere, mentre Enrico e Federico aspettando la risposta per i lavori socialmente utili.

LA FAMIGLIA

“La richiesta della messa alla prova è uno strumento processuale che ci può stare, comprendo bene chi lo ha chiesto ma a nome della famiglia Rossi ho chiesto ai due imputati un preciso impegno”. L’avvocato Stefano Savi era accanto a babbo Bruno e mamma Franca, ieri a Genova nel processo ai due aretini. I genitori di Martina sono parte civile.

“Abbiamo chiesto che D’Antonio e Basetti nella prossima udienza presentino una dichiarazione che dovrà portare elementi di chiarezza su questa vicenda, non proprio una ricostruzione dei fatti ma una riflessione critica significativa e una rivalutazione sulle loro condotte e sui rapporti con gli altri due amici condannati in via definitiva”. Non si tratta di scuse o di ammissioni ma di un atto che dimostri la presa di coscienza della gravità dei fatti. Vedremo ad aprile la piega che prenderà il processo minore legato alla tragica fine di Martina. Per allora potrebbe essere stata decisa anche la sorte di Albertoni e Vanneschi, che hanno chiesto l’affidamento in prova ai servizi sociali. L’avvocato Luca Fanfani ha avviato l’azione civile della famiglia Rossi per il risarcimento. Mentre i difensori dei condannati si riservano il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.