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Banca Etruria, in 555 pagine perché tutti assolti. I giudici ai pm: solo assiomi, il cardinale andava sentito. "Rigotti spregiudicato"

Banca Etruria, l'insegna della vecchia banca

Luca Serafini
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Cinquecentocinquantacinque pagine per spiegare come mai la montagna dell’inchiesta Etruria ha partorito il topolino. E cioè una raffica di assoluzioni ed una sola condanna. Depositate in cancelleria le motivazioni della sentenza del tribunale di Arezzo che lo scorso 1 ottobre ha spazzato via i reati di bancarotta fraudolenta e semplice per tutti gli imputati (24, due dei quali deceduti) mentre il solo imprenditore Alberto Rigotti è stato ritenuto colpevole con pena di 6 anni di reclusione. Una sconfitta per la procura, già al lavoro con il dottor Roberto Rossi e il pool di pm, per il ricorso in appello. 

Non ci va leggero il giudice Giovanni Fruganti nella prosa di questo atto che chiude la sua intensa carriera prima del riposo. “Capo di imputazione singolarmente scarno”, “nulla di significativo è indicato quanto a modalità di attività dissipativa e distrattiva”, si legge qua e là. E ancora: “Salti da vertigine”, riferendosi all’argomentare della pubblica accusa. Parole pesanti. Il collegio di giudici (a latere di Fruganti, Ada Grignani e Claudio Lara) lamenta la mancanza di una prova “ancorchè indiziaria ma pur sempre fondata su solidi elementi” quando esamina il caso dello yacht mangia-milioni, quello arrugginito nel cantiere, divenuto simbolo del crac Bpel.

“Postulati indimostrati”, si legge nelle motivazioni. “Assiomi”. Certo, i giudici non possono negare che palate di milioni di Banca Etruria sono state buttate in operazioni negative. Ma da qui a sostenere la penale responsabilità di chi decideva affidamenti, preparava delibere, le assecondava e le doveva controllare, ce ne corre. Sul capitolo Privilege Yard, lo yacht appunto, il tribunale afferma che piano industriale, garanzie e fondi c’erano: “Iniziativa reale, non solo sulla carta oppure di comodo”. Bpel, si osserva, operava in pool con altre banche di livello, che già ci avevano messo milioni: non era un salto nel buio, anzi: [TESTO]“il cantiere avrebbe indiscutibilmente determinato ottime prospettive commerciali”.

E anche se poi naufragò nel nulla, non era una operazione “dissennata” in partenza e viziata da “commistione di interessi personali” a diverso titolo riguardanti Natalino Guerrini (fotovoltaico), Paolo Luigi Fumi (incarico del figlio) e Giuseppe Fornasari. I giudici vagliano le singole posizioni e assolvono: nulla di fatto. Su Fornasari viene smontato il presunto tornaconto personale, una raccomandazione per la figlia grazie alla triangolazione tra Mario La Via, patron dell’operazione yacht, ed il cardinale Tarcisio Bertone cui sarebbe stato legato come elemosiniere da interessi. Duro Fruganti: “Non si è neanche provato che Fornasari ha una figlia che volesse entrare alla Cattolica come studente o come medico”.

E ancora: in caso andavano fatti approfondimenti su Bertone, andava sentito, ed è assente la presunta mail al centro del fumoso caso. Si è lasciato che tutto “galleggiasse nell’indistinto al di là di qualsiasi logica che aspiri ad un minimo di razionalità”. Non regge, per i giudici, l’idea che la molla personale dell’ex onorevole Dc ed ex presidente di Etruria, fosse alla base dell’interesse di una banca per finanziare Privilege Yard, operazione ampia e con molti soggetti. Fornasari potrà ora aggiungere frecce in vista dell’appello (è stato condannato a 5 anni con rito abbreviato) la prossima primavera. E il tribunale di Arezzo fa carta straccia della bancarotta legata alla famosa liquidazione per l’ex direttore generale Luca Bronchi, costata la condanna in abbreviato anche a lui.

Qui era coinvolto Lorenzo Rosi, ultimo presidente Bpel, assolto come gli altri. [TESTO]“Forse ci fu un agire non abbastanza duro nei confronti di Bronchi”, si legge nelle motivazioni, ma in fondo era ciò che avviene quando ci sono transazioni da definire. E poi la pratica, conclusa con cifre alte che originarono l’accusa, non riguarda affatto il credito ma profili organizzativi della banca, per di più su pressione di Banca Italia che voleva il cambio di dg. Una dinamica senza istigatori e senza “escogitazioni funzionali a Bronchi a danno della banca”.

Le 555 pagine passano in rassegna tutto e tutti. Anche i soldi girati alla cementeria Sacci in crisi “non fuoriescono dall’alveo del rischio consentito”, nonostante “macroscopiche violazioni formali”. E l’imprenditore Federici non si macchiò di bancarotta fraudolenta: “E’ bizzarro e scarsamente ragionevole” si legge “che un imprenditore di rango che investe tutto nella operazione della vita lo abbia fatto non credendoci fino in fondo”.

Su Villa San Carlo Borromeo, altri milioni andati in fumo, “non emergevano alert” per chi avallò l’operazione e per i revisori affinché dissuadessero dal procedere. E poi, su questa e altre delibere, non si superava la soglia delle cifre ritenute pericolose per il patrimonio della banca, con relativa ricaduta penale.
Anche l’impegno di Bpel per Città Sant’Angelo, vicenda legata a La Castelnuovese, “non esponeva la banca a rischio esuberante rispetto all’attività creditizia né il ceto dei creditori era in pericolo”. Insomma niente dissipazione e distrazione dei soldi della banca andata in dissesto (11 / 2 / 2016 l’insolvenza). Nessuno ha spolpato niente, solo azioni fisiologiche ahimè andate male. Unico colpevole è Alberto Rigotti, per i flussi di risorse a lui contestati. Le motivazioni gli attribuiscono una “condotta altamente spregiudicata”, “fuori dalle righe”. Non merita attenuanti generiche: “Ha utilizzato la banca della quale era membro del cda per i suoi interessi personali”.

E ancora: “Mise a rischio il patrimonio dei creditori”, rischio poi divenuto danno. “Ha giocato prima a fare il finanziere d’assalto, il mago della finanza, e poi di rientrare dalle sue perdite personali”. Tutti innocenti gli altri: [TESTO]Franco Arrigucci, Mario Badiali, Federico Baiocchi Di Silvestri, Maurizio Bartolomei Corsi, Alberto Bonaiti, Luigi Bonollo, Ugo Borgheresi, Piero Burzi, Paolo Cerini, Giovan Battista Cirianni (deceduto), Giampaolo Crenca, Laura Del Tongo, Enrico Fazzini (deceduto), Augusto Federici, Paolo Luigi Fumi, Natalino Guerrini, Giovanni Inghirami, Saro Lo Presti, Gianfranco Neri, Andrea Orlandi, Carlo Platania, Carlo Polci, Lorenzo Rosi, Massimo Tezzon.

Solo Rigotti dovrà risarcire qualcosa (in separata sede) alla moltitudine di parti civili che subirono, scrive il giudice Fruganti “una perdita patrimoniale rovinosa”. A quell’“esercito di persone vittime di una catastrofe piombata addosso dalla sera alla mattina”, il giudice dedica le note finali anche se i colpevoli non sono in questo processo.

Lidia Erminia Di Marcantonio, la vedova dell’uomo di Civitavecchia suicida dopo aver perso i risparmi delle obbligazioni, fu sentita a febbraio 2021 in un’aula “sconsolatamente vuota”. C’era solo il suo avvocato e pochi più. “Essere presenti” scrive Fruganti “avrebbe significato, da parte di tutti e di ciascuno, mostrare la propria solidarietà e vicinanza umana ad una persona provata da un enorme dolore e forse almeno un minimo di sollievo, forse almeno per un momento, il calore umano di quella presenza sarebbe riuscito a darlo. Ma ciò non è avvenuto”.