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Arezzo, contagiato da Hiv accusa l'ex compagno che viene condannato per lesioni e poi assolto

Luca Serafini
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[/FIRMACITTA-2]Era accusato di lesioni gravissime per aver trasmesso l’HIV al compagno. Un cinquantenne residente in provincia di Arezzo è uscito assolto dalla controversa e delicata vicenda giudiziaria che si è conclusa definitivamente nel 2021 ma di cui solo adesso siamo riusciti ad avere le carte. In primo grado l’uomo aveva ricevuto una condanna a 4 mesi di reclusione, dopo che il tribunale aveva derubricato il reato originario in lesioni colpose, escludendo cioè il dolo. In appello il reato è poi caduto del tutto e con esso l’obbligo di risarcimento della parte offesa: 20 mila euro di provvisionale. 

La vicenda vede protagonisti il cinquantenne ed un quarantenne che tra la fine del 2014 e la primavera del 2016 avevano avuto una relazione sentimentale. Convivenza e rapporti sessuali. Il cinquantenne era positivo al virus HIV fin dal 1998 e seguiva le cure prescritte dagli infettivologi. Dal 2014, proprio a seguito delle terapie, la carica virale era azzerata e il pericolo di contagio inesistente. Ma tra gennaio e marzo 2015 ci fu una interruzione della terapia con la ripresa, in quel periodo, della positività virale. Nel maggio del 2016 il compagno scoprì di essere stato contagiato da HIV e da ciò nacque il procedimento penale.

Una perizia del tribunale stabilì lo “stretto rapporto di correlazione” tra i due casi e definì “compatibile un evento di trasmissione diretta” dopo aver accertato, alla luce dei prelievi, “una omologia molto elevata” tra i due ceppi virali. Tutto insomma sembrava tornare, compresa la tempistica. Il processo fu celebrato nel 2019 davanti al tribunale di Firenze: il cinquantenne e l’altro uomo avevano convissuto sia nell’Aretino che nel Fiorentino dove è stato incardinato il procedimento. La sentenza stabilì che il cinquantenne aveva contagiato il quarantenne nell’ambito di rapporti sessuali non protetti. I giudici configurarono però le lesioni come colpose, avvenute quindi involontariamente, per non essere stato ligio alle terapie.

Cadde l’ipotesi che il sieropositivo avesse tenuto all’oscuro l’altro della sua condizione nel periodo di convivenza della coppia. Non era possibile, affermava la sentenza, che il partner non fosse a conoscenza della sieropositività dell’altro: erano conviventi e l’aretino si sottoponeva ad accertamenti periodici e cure.
L’avvocato Luciano Spigliantini, difensore dell’imputato, pur avendo ridimensionato in primo grado la situazione per il suo assistito, ha voluto impugnare il verdetto per dimostrare l’assenza della prova di reato. In appello la difesa ha fatto notare che il quarantenne aveva frequentazioni contemporanee anche con un altro partner (negativo all’HIV) ma anche rapporti con altri uomini dello stesso gruppo di chat e di incontri in ambito fiorentino.

La difesa ha portato i giudici di appello ad una nuova valutazione della perizia sul contagio: la circolazione del virus non andava vista esclusivamente dal cinquantenne verso il quarantenne. Non si può escludere che la parte offesa sia stata contagiata da un terzo, che era stato contagiato o aveva contagiato l’aretino tempo prima. Insomma, una catena più complessa e con più anelli, con virus passato tra diversi soggetti, “pur di numero limitato stante la forte omologia fra i ceppi virali delle due parti”.

Tuttavia, nessuna granitica certezza, unita ad altre considerazioni logiche dei giudici. “Improbabile”, si legge in sentenza, che il quarantenne “abbia acconsentito a rapporti non protetti sapendo che l’altro era sieropositivo”. E anche se si volesse ammettere che a veicolare l’HIV fosse stato il cinquantenne, il non aver assunto il farmaco ed essere tornato contagioso si qualifica come “mera distrazione occasionale”.

Un “rischio consentito” e non punibile in quanto “legato al consenso espresso dalla parte offesa, attenendo alla libertà dell’individuo di autodeterminarsi in materia sessuale”. Insomma, il contagiato “si pose consapevolmente e volontariamente nella situazione potenzialmente pericolosa per la propria salute”. L’avvocato Spigliantini ha anche fatto notare, e i giudici hanno recepito, che in quel periodo il cinquantenne a differenza dell’amico e di un suo frequentatore abituale, non fu contagiato da sifilide, che si trasmette con facilità maggiore rispetto all’HIV. E questo “depone ulteriormente nel senso che utilizzasse accorgimenti e protezioni”. In conclusione: “Non è stata acquisita piena prova della responsabilità colposa dell’imputato”. Assolto.