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Arezzo, coniugi sopravvissuti a naufragio Concordia: "Dieci anni dopo resta la paura, trauma che non si cancella"

Luca Serafini
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“Impossibile dimenticare. E’ una cosa che ci portiamo dentro e che ogni tanto riemerge”. Ugo ed Enza erano nella Costa Concordia. Naufraghi. Sopravvissuti al disastro di dieci anni fa all’Isola del Giglio. Lo sciagurato inchino della nave, l’urto sugli scogli alle 21.45 del 13 gennaio 2012, i morti, il dramma. Un capitano poco coraggioso che ora sconta in carcere la condanna a 15 anni e 6 mesi. Ugo Rimi ed Enza Vanni erano a bordo perché lei, parrucchiera, partecipava al reality dei lookmaker. “Ricordo come fosse ora quel momento in cui, mentre eravamo a cena al quarto piano nel salone Milano, sentimmo una botta e cadde di tutto, la luce andò via, i piatti volavano, la gente urlava e si riparava sotto i tavoli”, dice Enza, parrucchiera originaria di Siena, fino a qualche anno fa a curare acconciature nei negozi tra Arezzo e la città del Palio. Al suo fianco c’è il marito Ugo, ex fonditore di Unoaerre. Abitano ad Alberoro nel comune di Monte San Savino. “Fu una situazione da panico. Il black out, mezz’ora senza sapere nulla”. Il buio, i giubbotti, i salvagenti, la calca, il pensiero che correva ai figli a casa. L’attesa del salvataggio nella nave paurosamente inclinata. “C’è un altro momento che mi ha scosso particolarmente” riprende la donna. “Quando con l’ultima scialuppa piena zeppa di persone ci calavano giù dalla nave e la manovra fu difficoltosa e la scialuppa oscillò tre volte in modo impressionante, con la sensazione di precipitare nel vuoto. Poi si stabilizzò una volta toccato il mare”. E fu proprio il signor Ugo con il suo provvidenziale intervento a consentire all’indiano dell’equipaggio, in difficoltà, a sganciare la scialuppa rimasta incastrata, perché la nave era inclinata. Dalla crociera all’incubo fu tutto in breve. “Poi quando con tutti i naufraghi ci avevano raccolti tutte al Giglio, chiesi ad un ufficiale la verità su cosa era successo e quello mi rispose che non c’erano state vittime. Invece...” Le vittime furono 32, le vite sconvolte dall’incidente 4.299. I coniugi Rimi tornarono ad Arezzo spaventati insieme ad altri naufraghi aretini che facevano parte dello stesso gruppo. Andammo a trovare Ugo ed Enza, sopravvissuti al naufragio. C’era il camino crepitante, i nipotini che sgambettavano e che ora sono cresciuti. Raccogliemmo a caldo le loro parole, avevano ancora l’orrore di quella notte negli occhi. “Dieci anni dopo la disavventura non è affatto cancellata, anzi, quando dobbiamo partire per un viaggio, una vacanza, è sempre un trauma, la mente torna lì, alla Concordia”, dice Ugo Rimi. “Non abbiamo più la serenità di prima. Ci è capitato di tornare in nave, su spinta di amici, proprio per aiutarci a superare la paura ma la crociera fino alla Turchia non ce la siamo goduta, sempre con il cuore in gola ad ogni oscillazione della barca. Di cinque giorni quattro sono stati tremendi, sempre timorosi, con le orecchie dritte”. Di quello sventurato viaggio del 2012 la coppia ha avuto indietro i soldi della spesa e niente più. Non avevano riportato conseguenze fisiche, salvo la signora una botta con il ginocchio sulla scialuppa, e anche successivamente decisero di non avventurarsi in un’azione civile, come qualcuno ha fatto, per rivendicare il risarcimento per trauma, stress, danni morali. “Abbiamo accettato quanto ci fu dato, non avevamo voglia di ingaggiare battaglie legali”. Quanto al bagaglio perduto nella cabina 7351, nulla è tornato indietro. “Documenti e vestiti spariti, il dispiacere di non avere più certe foto alle quali eravamo affezionati, della gioventù o di momenti familiari”, dicono i Rimi. Svanito nel naufragio anche qualche gioiello. Tutto risolvibile, certo, a confronto delle vite spezzate per quella manovra azzardata sotto costa.
Dei compagni di quel viaggio hanno rivisto, negli anni, Francesca Rettondini, e il collega parrucchiere Luca Bichi. 
Riguardo al capitano Francesco Schettino, ciò che fece e ciò che non fece, il pensiero lo sintetizza così la signora Enza: “Siamo umani e quindi possiamo sbagliare, ma non è accettabile perseverare. Sapeva benissimo cosa era successo e anziché attuare tutte le manovre e le scelte opportune fece altro e ancora oggi ritiene di essere nel giusto”. In tv scorrono le immagini di dieci anni fa. I naufraghi ricordano con un sospiro. “Qualcuno ci ha assistito”.
La voglia di tornare al Giglio nella ricorrenza. “Vorremmo andare al Giglio per la commemorazione. Ma la situazione non è delle migliori”. Ora c’è la tempesta Covid.