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"Helenia morta senza giustizia", dopo l'assoluzione dell'automobilista la famiglia tenterà l'ultima carta

Luca Serafini
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Assolto. Quel colpo di sonno al volante non è punibile. Helenia Rapini, 29 anni, morì per la maledetta sfortuna di trovarsi lì, nel posto sbagliato al momento sbagliato, lungo la via di Ristradelle. Proprio quando Marco Caneschi, che veniva nella direzione opposta, perse il controllo della sua auto: non per velocità, distrazione, alterazione psicofisica, stanchezza. Ma perché un disturbo, la sindrome Osas, spense l’interruttore del suo organismo, le palpebre si abbassarono e lui si addormentò. “Il fatto non costituisce reato”.

 

 

 

Sono le 13.15 quando Marco Caneschi, con a fianco gli avvocati David Scarabicchi e Giulia Brogi, ascolta il dispositivo della sentenza pronunciata dal giudice Giulia Soldini. Niente omicidio stradale. Nulla di penalmente imputabile al quarantenne aretino che dopo l’incidente e la degenza a Careggi scoprì di essere affetto dalla Sindrome delle apnee ostruttive del sonno (Osas). Nessun commento all’uscita. Mentre fuori dal tribunale c’è Silvano Rapini, il babbo di Helenia, che mastica amaro. Non accetta il verdetto di assoluzione, chiesta dalla stessa procura con il magistrato di udienza, Julia Maggiore, uno dei pm che si sono alternati nelle puntate in aula. Un caso segnato dalla perizia del primario di otorinolaringoiatria, dottor Pier Guido Ciabatti, che su incarico del gup ha accertato che Caneschi soffre davvero di Osas (come già affermato dal dottor Pasquale Giuseppe Macrì) e quella condizione di salute ha cagionato lo stato d'incoscienza.

Tutt’altra conclusione quella del consulente del babbo di Helenia, che si appuntava piuttosto sull’uso di un sonnifero da parte dell’automobilista, in quel periodo, per tenere a bada una condizione di stress. E l’avvocato Francesco Valli, per i Rapini, lamentava la velocità comunque sopra i 50 km orari che incise sull’esito tragico dello scontro. Ma non c’è stato contradditorio davanti al giudice perché i familiari non erano parte civile, in quanto risarciti dall’assicurazione. Quindi, per legge, fuori dal processo. Tra novanta giorni le motivazioni della sentenza, destinata ad aprire una strada, la prima del genere in Italia. Era il 6 novembre del 2019 quando nella stretta e brutta strada alternativa alla Sr 71, le Ristradelle, si verificò lo schianto.

 

 

 

La giovane amante degli animali, operatrice dell’Enpa, a bordo della Athos, morì sul colpo senza poter evitare la Nissan del Caneschi che improvvisamente deviò la traiettoria e la centrò. Un impatto devastante. Il 49enne che invase l’altra carreggiata rimase ferito. Risultò negativo ad alcol e sostanze. Poi la scoperta della sindrome. Nessun sintomo precedente, prima manifestazione quel giorno. Impossibile frenare la perdita di coscienza improvvisa. Tesi che ha indirizzato il procedimento. Ma non ha convinto i familiari, tanto più dopo lo studio del dottor Luciano Tommaso Todisco di Perugia che ha fatto emergere l’uso di un farmaco terapeutico, possibile responsabile del colpo di sonno. Caso chiuso: Helenia morta per fatalità, dice questa sentenza. Ma i familiari non accettano il verdetto e non staranno fermi.

LA FAMIGLIA

“E’ vero che l’assicurazione ci ha dato dei soldi ma cosa dovevamo fare, non prenderli? E guardate che io darei tutto, ma proprio tutto, pur di riavere mia figlia”. Silvano Rapini è deluso, arrabbiato. Passeggia fuori dal tribunale in attesa di un esito scontato. Non accetta la conclusione: che, sul penale, la morte di Helenia non rappresenti nulla. Per via di quella sindrome sulla quale nutre dubbi. Rapini non ha potuto partecipare al processo con il suo legale, perché c’è già stato il risarcimento. Così niente contraddittorio. La procura di fatto ha assistito allo svolgersi del procedimento. E ha chiesto l’assoluzione. Infilati in un <CF1402>cul de sac</CF>, i familiari della ragazza sono rimasti fuori gioco, la loro contro-perizia, che pur introduceva elementi interessanti, non è neppure entrata nelle carte del fascicolo.

 

 

 

Tuttavia l’avvocato Francesco Valli non si dà per vinto: “Attendiamo le motivazioni, poi presenteremo una istanza motivata al procuratore generale della corte d’appello di Firenze affinché impugni lui questa sentenza che non fa giustizia. La legge consente questa facoltà e il caso, molto particolare, merita quegli approfondimenti che non ci sono stati”. "Ci siamo rimasti male, molto male - spiega dopo la sentenza Silvano Rapini - soprattutto perché la perizia che avevamo presentato non è stata presa in considerazione. Andremo avanti, in qualche modo. Non finirà qui”. Amarezza e occhi lucidi anche per Gianni Rapini, fratello di Helenia. Apprezzato disc jockey, conosciuto anche nel mondo sportivo, Gianni Rapini non nasconde la delusione e anche l’irritazione. E sfoglia le fotografie di Helenia, con quei cani che tanto amava, sorridente e spensierata. Andata via così presto in quel maledetto tratto di strada per uno schianto che, stando al verdetto, è figlio del caso senza alcuna responsabilità da condannare.