Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Flavio Carboni e Arezzo: visite, amici e affari. L'avvocato: "Doveva tornare in questi giorni". P2, P3, Bpel e Cantarelli

Luca Serafini
  • a
  • a
  • a

“Ci vediamo ad Arezzo nei prossimi giorni”. Flavio Carboni, il faccendiere dei misteri d’Italia morto novantenne a Roma, sarebbe tornato in città a breve. Lo aveva annunciato martedì scorso a Nicoletta De Santis, l’avvocato che una settimana fa al tribunale di Arezzo lo ha difeso nel processo sull’intrigo “Geovision, Cantarelli, Arezzo calcio”.

Condannato a 2 anni e 4 mesi per ricettazione ma cadute le accuse di associazione a delinquere e riciclaggio. Carboni è stato stroncato da un infarto a Roma dove viveva e dove nel suo ufficio di via Ludovisi, nel 2014, si recarono l’allora presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi, e il vice Pier Luigi Boschi, in cerca di suggerimenti buoni per la banca traballante. Serviva un nuovo direttore generale e serviva anche una iniezione di soldi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti. “Aveva 90 anni ma era di una energia straordinaria con progetti a lunga scadenza”, dice l’avvocato De Santis rimasta sinceramente colpita e rattristata dalla notizia. Entrata sul procedimento aretino come difensore d’ufficio aveva conquistato piena fiducia da parte di Carboni il cui avvocato storico è Renato Borzone.

“Già stava pensando all’appello, avremmo presentato ricorso dopo il deposito delle motivazioni”, aggiunge De Santis in relazione alla sentenza del processo incentrato sulla fallita azienda di Badia al Pino, sull’evasione all’Iva, sui soldi disponibili da investire. A tirare le fila, per l’accusa, era Valeriano Mureddu, sardo come Carboni, quasi un figlio per Flavio. Un sodalizio di faccendieri con entrature giuste nei posti giusti. Volevano rilevare l’azienda di moda Cantarelli, indebitata e sul viale del tramonto e poi fallita, ma anche l’Arezzo calcio era nel mirino, da prendere attraverso una cordata. Non se ne fece niente né in un caso né nell’altro ma quel flusso di denari, veicolati verso Carboni e la moglie, pare aver trovato conferme nel processo sfociato nella condanna di Mureddu a 3 anni e 8 mesi (anche per bancarotta). Immerso nelle acque spesso poco cristalline dell'affarismo italiano, dalla Loggia P2 ai miliardi di lire mai trovati del Banco Ambrosiano, alla nuova presunta associazione segreta P3 e ai suoi rapporti con Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministro Maria Elena, Flavio Carboni è uno di quei personaggi entrati nella storia d’Italia perché accostati a molte pagine di cronaca il più delle volte oscure. Faccendiere è la parola sintesi di un’attività condotta con abilità e intraprendenza, sui crinali del lecito e del non lecito, con i vari processi quasi sempre terminati con assoluzioni. 

 

 

 

“Mi parlava del libro che stava scrivendo” aggiunge l’avvocato Nicoletta De Santis che ricorda: “Altro suo pallino era il grafene”, materiale con la resistenza del diamante e la flessibilità della plastica intorno al quale coltivava un progetto d’affari. “Quando ci ho parlato pochi giorni fa lo spirito era alto, il piglio deciso, tutt’altro che un uomo a fine corsa”. Nella città di Arezzo e nella vicina Perugia aveva molti amici. Benché coinvolto nella vicenda del Banco Ambrosiano, nel caso Calvi, “il banchiere di Dio” trovato impiccato a Londra nel 1982, diceva di non aver avuto legami con Licio Gelli, capo della P2, la cui dimora, Villa Wanda, domina la città avvolta in una nube di ombre. Più volte arrestato, indagato e processato, è stato condannato in via definitiva soltanto per la vicenda legata alla bancarotta del Banco Ambrosiano Veneto.

Nel 2010 Carboni è stato sentito dalla procura di Roma anche per la scomparsa di Emanuela Orlandi, per le relazioni con ambienti del Vaticano ed esponenti della banda della Magliana. Giorni fa in Sardegna è stato assolto per una vicenda del 2018: l’accusa, insieme alla compagna, era di trasferimento fraudolento di fondi.

Stretto il rapporto con Valeriano Mureddu, imprenditore cresciuto a Rignano sull'Arno e poi arrivato ad Arezzo, artefice stando alle ricostruzioni della procura aretina di una serie di attività d’affari tra l’Aretino e l’Umbria. Un punto di riferimento sul territorio, il faccendiere Mureddu, che sempre stando alle carte di Etruria, fece da gancio per portare gli allora vertici della zoppicante Bpel a casa di Flavio Carboni. Poteva aprire la strada, ritennero gli inquirenti, verso 300 milioni di cui l’istituto di credito aveva necessità. Non emerse nulla ma nella saga di Etruria quella trasferta a villa Ludovisi - dove Carboni si è spento l’altra notte - è un capitolo assai citato nelle narrazioni della storia del crac, vicenda finita, almeno per ora, con molto fumo e poco arrosto.