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Arezzo, volume della tv alto: uccise figlia piccola e tentò di uccidere figlio, padre omicida in corte d'assise

Luca Serafini
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E’ disperato e vorrebbe riavvolgere il nastro della vita. Ha ucciso la figlia piccola e ha tentato di uccidere il figlio maggiore. L’ergastolo non lo toglierebbe nessuno a Billal Miah, 41 anni del Bangladesh, che oggi compare davanti alla Corte d’assise. Ma c’è una perizia psichiatrica incontrovertibile in cui si dice che quando l’uomo diventò una specie di mostro, quella mattina a Levane, era totalmente incapace di intendere e di volere. Quindi non è punibile con la condanna ma gli va applicata una misura di sicurezza, cioè trattenuto in un luogo di cura dove non passa fare del male e guarire. Lui di quel 21 aprile 2020 ricorda solo che era in casa con i figli e c’era la televisione accesa sintonizzata sui cartoni animati. Il volume gli pareva troppo alto, anche la luce gli dava fastidio. Era inquieto, non stava bene da alcuni giorni, li rimproverò, poi dette uno schiaffo alla piccola Nabia, 4 anni e 5 mesi. Dopo ricorda solo il buio. Nell’alloggio della frazione di Bucine, Billal impugnò una specie di roncola, un arnese etnico del suo Paese, e si trasformò in assassino. Uccise la bambina e ferì il maschio che riuscì a scappare, ferito, chiedendo aiuto ai vicini connazionali. Per la sorellina non c’era più niente da fare quando arrivarono i soccorritori. I carabinieri arrestarono Miah dopo che i vigili del fuoco lo tirarono fuori dal pozzo nel quale si era gettato. Solo qualche ammaccatura. La moglie era uscita e soltanto dopo seppe del massacro. Il reato di omicidio e tentato omicidio, con l’aggravante di essere genitore delle vittime, non permette più il processo con rito abbreviato, si va dritti davanti ai due giudici togati (Filippo Ruggiero e Ada Grignani) e ai sei giudici popolari, che sono cittadini estratti a sorte. Ma quello che va in scena stamani alla Vela è un processo già segnato dal vizio di mente dell’uomo, che fu sottoposto a perizia psichiatrica disposta dal pm Laura Taddei. Soffriva di un grave disturbo della personalità, è emerso, acuito da ischemie accertate in quel frangente e da uno stato depressivo causato dal lockdown. L’incertezza del momento - era in cassa integrazione nella ditta di accssori metallici - lo aveva destabilizzato. Emigrato dal Bangladesh in Italia proprio per trovare lavoro e stabilità, temeva di non essere più capace di tenere in piedi la famiglia. Se la prese, senza averne coscienza, con l’anello più debole, la figlia minore, colpevole di niente, vittima del raptus di follia mentre dopo la colazione guardava sul televisore i cartoni. L’uomo dopo un primo periodo in carcere si trova nella Rems di Empoli, struttura che ha sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. Sta meglio, ha preso consapevolezza e questo gli procura dolore per ciò che ha fatto, studia la lingua italiana che prima parlava a stento, ha fatto richiesta di una pensione per la malattia di cui soffre, vorrebbe lavorare e guadagnare qualcosa per dare alla moglie, con la quale ogni tanto si sente, e al figlio sopravvissuto alla sua furia omicida. In apertura di processo l’avvocato difensore Nicola Detti, che ha seguito passo passo la tragica vicenda, si accorderà con il pm Taddei per acquisire direttamente le carte che sono l’impalcatura del processo. Un accordo (“abbreviato di cortesia”) che consentirà di pervenire nella prossima udienza alla sentenza. Assoluzione. Da stabilire la durata della misura di sorveglianza che l’operaio dovrà osservare prima del reinserimento nella società, una volta cessata la pericolosità verso sé e gli altri.