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Arezzo, bimba uccisa davanti alla tv: l'uomo non andrà in prigione per vizio di mente

Luca Serafini
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Spaesato, silenzioso, disperato. Billal aggiusta nervosamente gli elastici della mascherina, si guarda intorno e si siede davanti alla Corte d’assise che il 12 febbraio, prossima ed ultima udienza del processo, non lo manderà in prigione anche se ha spezzato la vita della sua figlioletta. Perché quando uccise Nabia, quattro anni e cinque mesi, e tentò di uccidere il figlio maschio, Billal Miah era totalmente incapace di intendere e di volere. Quindi secondo la legge non condannabile per vizio di mente. 

 

 

 

Resterà nella Rems di Empoli dalla quale ieri è uscito per partecipare al processo alla Vela. Rems significa residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza ed ha sostituito i vecchi ospedali giudiziari.

Giaccone scuro sopra la felpa bianca col cappuccio, corporatura fragile, occhi smarriti, il 41enne del Bangladesh sta meglio rispetto a quel 21 aprile 2020 di atroce follia a Levane. Il disturbo psichiatrico che gli è stato diagnosticato agì in sinergia con delle ischemie e con lo stato di profonda prostrazione causato dalla pandemia: non lavorava in quel periodo e temeva di non essere in grado di mantenere la famiglia. Un mix micidiale deflagrato nel semplice alloggio occupato dalla famiglia di immigrati.

 

 

 

Il volume forse un po’ alto della tv innescò la violenza feroce e immotivata: l’operaio afferrò una specie di roncola etnica usata in per cucinare e si scagliò su figli. La moglie era fuori e non poté proteggerli. La piccola Nabia cadde sotto i colpi del padre davanti ai cartoni animati mentre il fratello si salvò sanguinante scappando via. 

L’udienza di ieri celebrata nell’aula Miraglia è stata rapidissima, dieci minuti. Solenne come ogni Assise. Presidente della Corte, Filippo Ruggiero, giudice a latere Ada Grignani, quindi i sei giudici popolari, cittadini della provincia di Arezzo estratti a sorte dalle liste dell’anagrafe, che non hanno voluto essere ripresi dalle telecamere.

 

 

 

C’è l’avvocato Nicola Detti, che in questa stessa aula ha assistito come parte civile il marito e il figlio di Guerrina Piscaglia, la donna di Cà Raffaello sparita il primo maggio 2014 e che secondo tutti i gradi di giudizio fu uccisa da padre Gratien Alabi, condannato in via definitiva a 25 anni per omicidio e distruzione di cadavere. Detti, su consenso dell’imputato, ha concesso al pm Laura Taddei di acquisire tutti i documenti presenti nel fascicolo, dalla prima relazione dei carabinieri di San Giovanni Valdarno che arrestarono Billal (si era gettato nel pozzo sotto casa) e che ricostruirono l’accaduto, fino alle varie perizie svolte. 

 

 

 

Quindi non ci saranno testimoni da sentire, tutto dato per acquisito. La prossima volta, il 12 febbraio, ancora di sabato, le parti pronunceranno pertanto le conclusioni e la Corte si ritirerà per la decisione che è scontata nella sostanza - assoluzione - ma da graduare nell’entità temporale del periodo di sorveglianza. Non punibilità dell’uomo, quindi, e collocazione nella Rems per il necessario periodo in cui rimarrà sorvegliato e sottoposto a cure in quanto ancora pericoloso per sé e per gli altri. Quanti anni? Da stabilire. Quando poi, essendo sottoposto a periodici controlli, sarà ritenuto ristabilito e innocuo, potrà uscire nei modi previsti.

 

 

 

Lui non ricorda nulla di quei terribili momenti. Arriva al punto in cui sentiva il televisore che gli dava fastidio, ma anche la sola luce del giorno lo rendeva inquieto. Ora che sta meglio ha capito il disastro che ha procurato. Nabia che non c’è più, l’altro figlio sopravvissuto che è traumatizzato, la moglie devastata dal dolore. Una famigliola arrivata nell’Aretino per una vita migliore, come avviene per tanti altri stranieri, e che la follia ha distrutto. Billal vorrebbe lavorare per dare soldi ai familiari, sta studiando l’italiano, è disperato. Anche se il processo non terminerà con una condanna è già arrivato a comprendere che la sua pena non finirà mai.