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Arezzo, muore di amianto: sentenza del giudice per ex lavoratore Sacfem. Risarcimento ridotto

Luca Serafini
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C’è un altro martire dell’amianto riconosciuto dal tribunale di Arezzo. Un ex dipendente della Sacfem, morto per le maledette fibre killer. Mesotelioma pleurico, fu la diagnosi nel 2015. Due anni dopo, il decesso. L’uomo, G.A., all’inizio degli anni Sessanta aveva lavorato come elettricista alle carrozze ferroviarie realizzate al Fabbricone, poi al tornio. Esposto alle micidiali polveri che nel corso del tempo hanno aggredito diversi altri colleghi. Il giudice del lavoro Giorgio Rispoli con una recente sentenza ha riconosciuto il nesso di causa ed effetto tra l’insorgenza della malattia neoplastica polmonare e le mancate misure di sicurezza al Fabbricone. E’ vero che la specifica normativa sull’amianto scattò nel 1982, si legge in sentenza, ma che quel materiale faceva male era cosa già ben nota e codificata. I lavoratori andavano protetti attenendosi alle norme generali di igiene del lavoro ma così non avveniva. [TESTO][/TESTO]Il giudice ha accolto il ricorso delle due eredi dell’uomo, la moglie e la figlia, assistite dall’avvocato Guido Cosulich, ma del milione di euro chiesto come risarcimento avranno una cifra molto inferiore: 64 mila euro più 12 mila di spese di lite. L’ex elettricista e tornitore rimase in Sacfem dal 1960 fino al 1978, poi entrò nelle Ferrovie come macchinista. La perizia disposta dal giudice ha accertato il collegamento tra l’attività svolta in Sacfem e il mesotelioma che pur si è manifestato dopo un lungo periodo di latenza. L’esposizione professionale alle fibre di amianto c’era stata nei due anni di lavoro al montaggio carrozze e poi negli anni al tornio nel capannone con tettoia di eternit, prima di passare in ufficio. [TESTO]L’uomo era “giornalmente a diretto contatto, e senza alcun dispositivo di protezione, con l’amianto, il quale veniva spruzzato, come coibentante, su pareti, soffitti e pavimenti”. Da parte dell’azienda non vi fu alcuna azione volta a [TESTO]“eliminare o quantomeno a limitare l’esposizione alle polveri d’amianto”. Non erano stati installati “impianti di aspirazione, di captazione e di abbattimento polveri”, né “ridotti i tempi di esposizione, né adottate misure per evitare la manipolazione e la diffusione dell’amianto, né fornito ai lavoratori alcun dispositivo di protezione individuale”. Per questo il giudice ha accolto l’azione avviata nel 2018 dai familiari e promossa contro Bastogi e Sofir, i soggetti societari ai quali è riferibile la storica azienda. Il perché della quantificazione del risarcimento ridotta rispetto alla richiesta, sta nel fatto che alle eredi non è riconosciuto il danno “iure proprio” ma solo “iure hereditatis”: perché il primo, e cioè il danno morale patito dagli eredi per la perdita del congiunto, va chiesto al giudice civile e non a quello del lavoro. Riconosciuto, invece, il danno sofferto dalla vittima e che a seguito della morte viene trasferito agli eredi, applicando le specifiche tabelle che normano questi aspetti. Il triste conteggio, nel gergo tecnico del diritto, si riferisce al “danno morale terminale da lucida agonia” basato sulla percezione della sofferenza legata alle lesioni e della sofferenza psicologica. E il conteggio è stato effettuato su 760 giorni intercorsi tra la diagnosi all’ospedale San Donato - asbestosi polmonare - e il decesso. Tra le due date un calvario per contrastare il “mesotelioma epitelioide”. La cartella clinica è una via crucis di terapie, disturbi, ricoveri, tra Arezzo, Perugia e Milano. Fino alla morte. In base alle tabelle di riferimento, quelle del tribunale milanese, la cifra del risarcimento riconosciuto dal giudice del lavoro è di 64.582 euro (32.291 per ciascuna erede) alla quale va tolto quanto indennizzato da Inail e Fondo vittime dell’amianto.