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Arezzo, rubò oro per 4,2 milioni che trasportava e non li dichiarò al fisco: vigilante a processo per evasione

Luca Serafini
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Nella dichiarazione dei redditi non ha riportato i 4,2 milioni di euro in verghe d’oro che ha rubato: metallo prezioso che in qualità di guardia giurata aveva in custodia e invece sparì insieme a lui. Così Antonio Di Stazio, l’autore del colpo del secolo messo a segno nel 2016, ora è anche accusato di evasione fiscale. Non si sa dove sia, qualcuno ritiene ai Caraibi, o forse all’Est, fatto sta che ieri il giudice Giorgio Margheri ha pronunciato a vuoto il suo nome in aula: imputato non comparso. L’ex vigilante Securpol, 65enne, già condannato in via definitiva per il maxi furto, deve ora rispondere della mancata dichiarazione di quel tesoro: un omesso versamento Irpef da un milione e 904.539 euro calcolato sulla base imponibile della refurtiva: 4.276.541 euro. Sì, perché anche i soldi frutto di attività criminose, dice la legge, sono soggetti a tassazione. Era l’11 luglio 2016 quando il furgone blindato dell’istituto di vigilanza aretino fu ritrovato nei pressi dell’area di servizio dell’A1 a Badia al Pino, in una viuzza secondaria, abbandonato e vuoto. Il metallo prezioso era svanito nel nulla e l’autista pure. L’uomo, origini campane, dipendente Securpol con un contenzioso aperto con l’azienda, quel giorno prese tutti in contropiede e attuò un disegno probabilmente studiato nei dettagli. Piantò in asso il collega, sceso dal mezzo per recarsi in una ditta orafa del distretto di Arezzo, e si eclissò con il furgone portavalori. Il ritrovamento del mezzo avvenne dopo e iniziò una serrata indagine rimasta con vistose lacune. Il vigilante riapparve a distanza di giorni a Lucca: si costituì, enigmatico e senza il bottino. Vani i tentativi per farlo collaborare o per riuscire a mettere a fuoco la destinazione dell’oro, con tutta probabilità avviato alla fusione per essere riciclato. Per Di Stazio si aprirono le porte del carcere di Capanne, a Perugia, quindi fu posto ai domiciliari, sempre nel Perugino, con braccialetto elettronico. Il processo celebrato davanti al giudice monocratico di Arezzo si concluse con la condanna a quattro anni e mezzo poi ridotti a tre e mezzo in appello, con risarcimento danni di 450 mila euro destinato a rimanere una pia illusione. Scontata la pena e uscito dal carcere, l’ex portavalori avrebbe lasciato l’Italia. Mistero fitto sulla meta geografica e manco a dirlo sui quattro milioni e duecentomila euro mai saltati fuori. Nessuna parola poi sulle complicità che secondo gli inquirenti ci furono. Ora lo Stato ha deciso di procedere verso l’autore del gigantesco colpo contestandogli la violazione fiscale: l’ex vigilante avrebbe evaso le tasse sull’oro illecitamente sottratto e incamerato. Di Stazio è difeso nel processo dall’avvocato Cristiano Cazzavacca e ieri davanti al giudice monocratico sono stati ascoltati come testimoni due funzionari dell’Agenzia delle entrate. E’ singolare e raro un processo così: incentrato sul mancato pagamento dell’imposta sul reddito, dove il reddito è la refurtiva fatta sparire con astuzia nel contesto di un’azione delittuosa. Di Stazio, contesta il capo d’imputazione, avrebbe dovuto dichiarare all’ufficio imposte quel malloppo. Figuriamoci. Sentenza il 15 giugno. Difficile che sia presente l’ex vigilante, che molti immaginano in un’isola con le palme. Ma Di Stazio fu regista e protagonista o semplice pedina? Che fetta di refurtiva ottenne? Forse non si saprà mai.