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Mancini, l'Arezzo, Ciet e il pm tifoso ma inflessibile: "5 anni". "Non mi sono accaparrato di nulla, forse dovevo fermarmi prima"

Luca Serafini
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“Io non ho preso neanche una carriola. La Finanza non mi ha trovato soldi nascosti, perché io non mi sono accaparrato di nulla. E per mangiare, dopo 55 anni di lavoro, io oggi continuo a lavorare”. Piero Mancini ripete la sua verità ai giornalisti fuori dall’aula del tribunale dove un attimo prima il pm Marco Dioni ha chiesto la sua condanna. Cinque anni di reclusione per bancarotta fraudolenta. Una mazzata. 

Circa 60 i milioni al centro del processo: soldi transitati da una società all’altra del gruppo di cui un tempo Mancini era potente capitano ma che poi si è liquefatto: movimenti inquadrati dalla Finanza e dalla procura come distrazione del patrimonio aziendale, senza un giustificato interesse e a tutto danno dei creditori. 
Elegante, abito scuro, con l’immancabile rosa appuntata alla giacca, Mancini guarda negli occhi tutti: i giudici che ha davanti e il pm Dioni, che in due ore di lucida requisitoria mette a nudo il crac. Pure lui tifoso dell’Arezzo, il pubblico ministero deve però svolgere la sua parte.

E non fa sconti all’ex previdentissimo che fu capace di portare gli amaranto nel grande palcoscenico del calcio nazionale. Lanciò allenatori come Conte e Sarri. Sono proprio i 13 milioni veicolati all’Arezzo calcio uno dei tasti sui quali il magistrato picchia duro. Perché quel flusso di denaro uscito da un gruppo già in crisi per sostenere le spese del pallone non sono comprensibili con il senno di poi. Mancini, candidamente, ammette: “L’Arezzo si sosteneva da sé ed era in attivo prima della retrocessione voluta dalla Lega” (stagione 2006/2007, condizionata dalla ingiusta penalizzazione per Calciopoli ndr) “poi, a parità di spese, gli introiti furono inferiori, 400 mila euro anziché 5 milioni dalla Lega, ma noi pensavamo di riconquistare la B e di recuperare ma non andò così. Nel frattempo la recessione economica e i mancati pagamenti per lavori svolti misero in difficoltà il gruppo”.

Il pm in aula ha ricostruito come quei 13 milioni girati ad Arezzo Immagine, società del gruppo e cassaforte del Cavallino, facevano parte dei 28 che Ciet impianti, principale azienda del gruppo, girò a Mancini Group, la holding finanziaria, per foraggiare l’attività calcistica. Ma, contesta l’accusa, Arezzo Immagine, perché pagò somme così elevate quando deteneva solo il 10% delle quote azionarie amaranto (tutto il resto era intestato personalmente a Piero Mancini)? Su questo versante è stata chiesta dal pm l’assoluzione [TESTO]per la figlia di Piero Mancini, Jessica, alla quale era intestata Arezzo Immagine, e per Giovanni Cappietti, nipote e braccio destro all’epoca nella gestione dell'Arezzo. 

Le altre distrazioni di patrimonio che si contestano a Mancini riguardano per 30 milioni Ciet, 15 Mancini Group, 13 Mancini Real Estate, 3 Cometi. Operazioni infra gruppo per tappare buchi. In autunno il giudice monocratico Stefano Nisticò ha assolto l’ex presidente dall’accusa di evasione fiscale proprio per i 60 milioni della presunta bancarotta decretando così che non finirono nelle sue tasche. Vedremo se questo avrà effetti anche nel processo per il crac. 

Il pm Dioni nella requisitoria porta a sostegno ricostruzioni, dati, un file excel con la contabilità non ufficiale e sostiene che quei passaggi di denaro - nelle disponibilità seppur non nel reddito di Mancini - furono deleterie al gruppo e quindi da condannare. L’imprenditore è anche sotto accusa per un milione che avrebbe preso dalle casse aziendali per esigenze personali.

Ma la difesa deve replicare. Dioni ha chiesto la condanna a due anni e tre mesi di reclusione per due collaboratori del gruppo Ciet: Paolo Grotti e Augusto Sorvillo. Il 4 aprile arringhe della parte civile (il legale del commissario straordinario) e delle difese. Mancini è assistito dall’avvocato Maurizio Canfora, mentre Jessica e Cappietti sono difesi dall’avvocato Luca Fanfani. Poi, per il commendatore già passato dalle tempeste Variantopoli e Flynet, protagonista di una scalata imprenditoriale straordinaria nelle telecomunicazioni e nell’edilizia, e poi di un fragoroso crollo, si andrà a sentenza.

Lui, con la rosa al petto, non perde lo spirito battagliero, resta fiducioso e ripete la sua versione: [TESTO]“Ci fu una recessione infinita, incredibile, gli immobili non si vendevano, il gruppo rimase incastrato, subimmo una truffa da 5 milioni con i pannelli fotovoltaici dalla Cina, perdemmo 4 milioni con Ferrosud: lavori eseguiti e neanche un euro. Ho pensato prima agli operai e poi per me”. Il tentativo di salvataggio statale fallì. “L’unica colpa - dice amaro - è che ho cercato troppo di andare avanti, forse dovevo fermarmi prima”.