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Addio ad Antonio Zucchi, l'intervista del 2014: "Ho più dato che ricevuto. La famiglia vale più dell'oro"

Luca Serafini
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Era il 5 aprile 2014 e si apriva la fiera OroArezzo edizione numero 35 quando il Corriere di Arezzo pubblicò questa intervista al commendatore Antonio Zucchi di cui si piange la scomparsa in questi giorni. Una figura di riferimento per l'oreficeria, l'economia, la città di Arezzo. Ne riproponiamo alcuni passaggi.

Dici Zucchi e pensi oro. Antonio Zucchi ora è fuori dal settore, ma l'oro ce l'ha nel dna. Gli circola nelle vene. Perché ci ha lavorato una vita senza risparmio di energie e di investimenti, perché è il figlio di Carlo che nel 1926 con Leopoldo Gori fondò la Gori & Zucchi (poi UnoAerre), e anche perché porta il nome di nonno Antonio, artigiano orafo, il primo anello di una famiglia che ha generato la moderna oreficeria, nazionale e internazionale.

Commendatore, andrà a visitare OroArezzo?

"Sì. Come past president di Federorafi sono stato invitato ai lavori del  direttivo della federazione nazionale in programma lunedì. Volentieri incontrerò i miei ex colleghi, anche se non sono più impegnato in questo settore".

E' l'edizione numero 35, carica di attese e speranze.

"E finalmente, me lo lasci dire, è stato asfaltato il parcheggio! Arrivare con polvere e fango ad una fiera del lusso era una cosa terribile. Già questo aspetto è di buon auspicio".

Le riesce rimanere indifferente davanti ad un oggetto d'oro, magari col marchio UnoAerre?

"Può facilmente immaginare la risposta".

Da tutta una vita spesa nel mondo dell'oro, è più quello che ha dato o quello che ha ricevuto?

"Ho dato più di quello che ho preso. Questa almeno è la mia valutazione".

Bilancio amaro.

“L'amarezza c'è”.

Comprensibile. Un minimo di storia merita ricordarla: le famiglie Gori e Zucchi nel 1999 cedettero UnoAerre al fondo Morgan Grenfell Deutsche Bank convinte che fosse la cosa giusta, in vista di uno sbarco in Borsa. Andò tutt'altro che bene. Gli Zucchi allora, con uno sforzo encomiabile quanto pesante, ripresero le redini, per l'attaccamento ad un'azienda che doveva rimanere viva e aretina. 

Ma nel 2010, dopo gli anni peggiori dell'oreficeria, le banche si raffreddarono e ci fu la messa in liquidazione.  UnoAerre è poi rinata con Sergio Squarcialupi, "figlio" della stessa azienda

 

 

 

(Nella foto Zucchi a sinistra con Sergio Squarcialupi, al centro, e Vittorio Gori, alla festa dei 9o anni di Unoaerre).

 

Commendatore, la famiglia Zucchi è uscita dal comparto orafo e prosegue la brillante attività nel campo della manutenzione degli immobili con il gruppo Costanter - Pulinova. E' ipotizzabile un ritorno nell'oreficeria cavalcando 
i segnali di ripresa che ci sono?

"No. Non creiamo false attese e illusioni. Sarebbe gravissimo, un reato etico-morale. Non faccio satira né gag, ho una credibilità. Con le persone e con i lavoratori non si gioca. La nostalgia è un conto, creare aspettative ingiustificate è imperdonabile".

Suo padre è stato pioniere di questo mondo. Dei suoi insegnamenti e dei valori trasmessi, cosa ha sperimentato nel suo percorso?

"L'elenco sarebbe lunghissimo, ho avuto una vita ricca di eventi".

C'è qualcosa che, tornando indietro, non rifarebbe?

"Anche su questo c'è un elenco, non lungo ma c'è".

Cosa vale più dell'oro?

"La famiglia".

Con chi ha condiviso di più e meglio il lavoro?

"Non saprei, in realtà sono piuttosto solitario. Non che abbia fatto tutto di testa mia, ma riconosco che sono un po' scostante. Un musone. Non sono un tipo allegro, anche se magari dentro è un'altra cosa. Sul piano delle esperienze non ho avuto una vita facile".

Il primo approccio col lavoro?

"A 18 anni. In Germania. La mia famiglia mi mandò in Germania a lavorare come operaio in una ditta orafa. Per farmi le ossa, per formarmi. Durò un bel pezzo. Lo scopo era quello di uscirne con la schiena dritta".

Arezzo. E' sulla strada giusta?

"A metà degli anni Novanta quando ero presidente dell'Associazione Industriali svolgemmo uno studio dal quale emergeva che la città doveva aprirsi e non puntare solo su un unico settore, quello orafo. Emersero dei rischi e la necessità di puntare su altro. Che Arezzo ha: il paesaggio, l'arte, la cultura, i cibi."

Pare che per l'oro ci sia una tendenza positiva. L'export tira. Servirebbero maggiori disponibilità di metallo e potrebbe anche generarsi occupazione.

"Per esprimere giudizi bisognerebbe esserci dentro. Io non ci sono più."

Ai suoi ex colleghi cosa dice?

"Di tener duro, di lavorare con passione e creatività. Io penso positivo, qualcosa si muove. Ci sono dinamiche che giocano a favore del settore".

Quali?

"Le signore, anche andando avanti negli anni, tendono sempre di più ad apparire e questo implica oltre ai vestiti anche la presenza di ornamenti. Accadeva 10mila anni fa e probabilmente avverrà nei prossimi 10mila. Il gioiello c'è sempre stato e sempre ci sarà. E in certi momenti anche gli uomini si sono agghindati: ora mi pare che stiamo andando in una fase in cui gli uomini tornano ad agghindarsi. Anche il mercato interno prima o poi ripartirà. Mi auguro davvero, per tutti, che sia prima e non poi."