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Arezzo, impiegati morti sul lavoro per l'argon. In aula vigili del fuoco ricostruiscono la tragedia con le foto

Luca Serafini
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Un brivido scorre nell’aula del tribunale quando sui monitor appare la foto dei due impiegati dell’Archivio di Stato che scendono le scale del palazzo e vanno incontro alla morte. Ad aspettarli, giù nel vano tecnico, ci sarà infatti il gas argon. Ossigeno svanito. Asfissiati all’istante.

Non sono ancora le 8 del 20 settembre 2018. Quella proiettata è una delle numerose immagini mostrate ieri nel corso dell’udienza del processo che vede undici persone accusate a vario titolo per l’assurda duplice tragedia sul lavoro: Piero Bruni e Filippo Bagni deceduti per il malfunzionamento dell’impianto per l’estinzione degli incendi. L’ispettore dei vigili del fuoco Gabriele Serafini e il collega Sergio Nucci, che era il caposquadra, riferiscono i dettagli dell’intervento. Furono chiamati per una esplosione ma era altra cosa.

Si precipitarono lassù in cima a Corso Italia, angolo piazza del Commissario. C’erano due persone morte e ancora si doveva capire tutto. Davanti al giudice monocratico Giorgio Margheri, i testimoni rispondono alle domande del pm Laura Taddei e degli avvocati. L’aula della Vela è piena: i legali di parte civile per le famiglie, in attesa di giustizia e risarcimenti, i difensori degli imputati, alcuni dei quali presenti. I vigili del fuoco fanno rivivere il dramma di quella tragica mattina.

Ecco la descrizione e pure le foto delle maledette bombole rosse posizionate nel piccolo locale tecnico al piano interrato. Tre bombole. Con ogiva verde. “Le abbiamo trovate completamente vuote, il manometro segnava zero, era avvenuto lo scarico”. Vuota anche la bombola più piccola, che aveva rilasciato l’azoto per mettere in pressione l’impianto. Già, l’impianto. Progettato, montato e manutenuto per spegnere gli incendi là dove fossero scoppiati, attraverso la distribuzione dell’argon, nei quantitativi e nelle localizzazioni giuste, attraverso elettrovalvole e tubi.

Per proteggere le preziose carte dell’Archivio: un gas che toglie l’ossigeno e quindi spegne il fuoco. Invece le tre bombole da 140 litri, 49 chili, 120 atmosfere, sprigionarono l’argon invisibile e micidiale senza un incendio, senza motivo, lì nella stanzetta dove i due impiegati scesero a verificare perché era scattato l’allarme, con la spia che indicava proprio lì. Solo più avanti emergeranno dalle indagini anomalie: il montaggio al contrario di una valvola, l’assenza dello sfiato esterno, i difetti dei sensori.

Tutti aspetti raccolti nell’inchiesta per omicidio colposo plurimo. l 14 aprile testimonieranno in aula i funzionari Asl esperti di sicurezza nei luoghi di lavoro. Intanto i vigili del fuoco spiegano le attività che svolsero e come fecero accesso al locale 03, quello della scarica mortale di gas: “Entrammo con i protettori, altrimenti non era possibile: l’esplosimetro rilevava una presenza di ossigeno sotto la soglia di respirabilità”. Bruni e Bagni invece erano scesi giù senza una maschera, una protezione.

Le immagini li mostrano mentre scendono dagli uffici: ultimi passi delle loro vite. Strappati alle loro famiglie a 59 e 55 anni. E il processo dovrà stabilire se nella catena di pasticci e leggerezze tecniche e di formazione, qualcuno è penalmente responsabile.