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Arezzo, violentata alla Asl: il dipendente condannato farà appello. Così il risarcimento alla ragazza

Un arresto per maltrattamenti in famiglia

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Lì nel bagno del distretto sanitario della Valdichiana quell’accoppiamento non fu un momento erotico consensuale nato sull’onda della passione, ma una vera e propria violenza sessuale commessa dal dipendente della Asl sulla giovane tirocinante. E’ questa la convinzione alla quale sono pervenuti ieri i giudici del tribunale di Arezzo che al termine del processo di primo grado hanno condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione il quarantenne operatore tecnico, ma hanno condannato sotto il profilo civile anche la stessa azienda sanitaria per “responsabilità oggettiva” obbligandola, in solido con l’imputato, a risarcire la giovane. Ma l’azienda, a sua volta, oltre a contestare il principio della “responsabilità oggettiva” si rivarrà sul dipendente essendosi costituita contro di lui. La cifra provvisionale da pagare alla ragazza è di 15 mila euro, per ora, con ulteriore somma da definire in separata sede. Il verdetto sulla delicata e controversa vicenda ambientata nei locali Asl di Camucia nel maggio 2019, è arrivato dopo le 17.30 nell’aula della Vela, al termine di un’udienza che ha visto il pm Elisabetta Iannelli concludere la sua requisitoria con la richiesta di pena di 6 anni e due mesi di reclusione. Oltre all’episodio più grave, il capo d’imputazione contestava anche precedenti fatti di molestie sessuali sempre nel luogo di lavoro. Hanno poi parlato l’avvocato Edi Cassioli, per la ragazza che in quel periodo svolgeva il servizio civile alla Asl in base ad un progetto della Regione Toscana; quindi il legale dell’Asl, Giuseppe Nerio Carugno, infine la difesa dell’imputato. L’avvocato Luca Bufalini con una arringa densa e appassionata, ha messo in evidenza una serie di aspetti della ricostruzione accusatoria indicando, a suo dire, incongruenze e contraddizioni: sia sotto l’aspetto degli orari che della sequenza dei fatti. In una precedente udienza, l’imputato, incensurato e padre di famiglia, aveva ammesso di essersi lasciato andare ma nel contesto di reciproche effusioni e aveva respinto con decisione l’accusa di aver violentato la 23enne. Tabulati alla mano, la difesa sosteneva che il rapporto non poteva essere durato mezz’ora ma pochi minuti, in un contesto di consenso della ragazza, senza costrizioni, minacce o altro, in un luogo frequentato anche da altre persone dove dalle pareti in cartongesso della stanzetta, grida o richieste di aiuto, se ci fossero state, si sarebbero sentite. La sua storia la ragazza l’ha invece cristallizzata nell’incidente probatorio parlando di bocca tappata con una mano e di abusi. Un incubo che denunciò. I riscontri con il dna dell’uomo trovati su slip e bottiglietta d’acqua della giovane, dove lei bevve dopo il rapporto, hanno probabilmente inciso. Ma tra 90 giorni saranno depositate le motivazioni con cui il presidente Filippo Ruggiero e i giudici Giorgio Margheri e Giampaolo Mantellassi, spiegheranno come si è giunti alla sentenza di condanna. Anche sul lato dei riscontri medico legali eseguiti sulla ragazza e sui quali accusa e difesa si sono scontrati con tesi opposte. Assenti, secondo il legale dell’imputato, significative lesioni compatibili con una violenza. I giudici hanno concesso all’imputato le attenuanti prevalenti, scendendo così ad una pena di 4 anni e 4 mesi, più bassa del minimo edittale e della richiesta del pubblico ministero. L’uomo - sospeso dal lavoro fin dal rinvio a giudizio - era presente in aula. La sentenza di condanna è di quelle che, una volta passate in giudicato, si scontano in carcere. Si andrà di sicuro verso l’appello nel tentativo di ribaltarla.

Lu.Se.