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Arezzo, crac Ciet: commissario chiede 33 milioni a Mancini. Lieve malore, patron assente e la difesa slitta

Luca Serafini
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Un lieve malore accusato nei giorni scorsi ha impedito a Piero Mancini di partecipare all’udienza del processo per il crac Ciet. Già dimesso dall’ospedale dopo gli accertamenti, tenuto a osservare una fase di riposo, l’imprenditore ha dovuto rinviare al 2 maggio il giorno della sua difesa e delle dichiarazioni spontanee. Mancini respinge le accuse mosse nei suoi confronti e vuol spiegare ai giudici cosa avvenne in quella difficile fase in cui Ciet entrò in crisi senza riuscire a riprendere quota. Cinque anni di reclusione è la pena chiesta per l’ex patron dell’Arezzo calcio nella precedente udienza. E ieri si è aggiunta la pesante richiesta della parte civile: 33 milioni e 194 mila euro di risarcimento. La somma cioè che, secondo l’accusa, negli anni sarebbe stata sottratta al patrimonio aziendale con varie condotte tra le quali i finanziamenti al club calcistico amaranto portato fino alla serie B. A rivendicare il risarcimento (con provvisionale di 3 milioni) è stato l’avvocato Andrea Paul Gros, che rappresenta il commissario straordinario Antonio Casilli che si è occupato del default di Ciet impianti, Mancini Re, Mancini group e Cometi. Sarà l’avvocato Maurizio Canfora, il giorno dopo la festa del Lavoro, a ricostruire la verità di Mancini: nessun “saccheggio” personale dei beni di Ciet ma il tentativo di risolvere la situazione di crescente difficoltà per vari motivi: commesse saltate, soldi non arrivati per lavori svolti, problemi sui mercati, impatto negativo dell’arresto di Mancini per l’inchiesta Flynet poi finita in bolla di sapone. Lo stesso 2 maggio è prevista l’arringa della difesa di Augusto Sorvillo, collaboratore di Mancini dell’epoca, difeso dall’avvocato Vergine. Quindi la terna di giudici composta da Filippo Ruggiero, presidente, Stefano Cascone e Giorgio Margheri a latere, si riunirà in camera di consiglio per emettere la sentenza lo stesso giorno. Ieri è stato il turno dell’avvocato Luca Fanfani per gli imputati Giovanni Cappietti, nipote e collaboratore di Mancini, e Jessica Mancini, figlia di Piero. Fanfani ha evidenziato come dall’istruttoria dibattimentale siano venuti meno del tutto riscontri oggetti a carico dei due imputati. Cappietti nel processo non è stato proprio mai citato mentre per Jessica è apparso evidente come fosse entrata alla guida delle società come prestanome nella fase in cui, per le traversie giudiziarie del padre, i consulenti avevano consigliato di far assumere le redini delle società ad un membro della famiglia. Che, tuttavia, non ha svolto funzioni operative reali né ingerenze sulle scelte concrete. Dopo la richiesta di assoluzione di Cappietti e Jessica Mancini da parte del pm, si è unita la parte civile che non contesta loro alcunché da restituire. Mentre invece la curatela rivendica un milione e 400 mila euro da Paolo Grotti, altro dirigente di Ciet del tempo, [TESTO]accusato per prelievi dai conti aziendali. La difesa di Grotti ha argomentato le ragioni, al contrario, alla base della richiesta di assoluzione.[/TESTO] Sprint finale per il processo sul tramonto della grande azienda che per anni ha generato lavoro, sviluppo, ricchezza e calcio ad alti livelli (come non si è più rivisto) grazie alla conduzione di Piero Mancini. Il verdetto è dietro l’angolo.