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Arezzo, dipendente scivola al ristorante e si ferisce, Cassazione: giusta condanna al titolare. Tre infortuni uguali

Luca Serafini
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La dipendente cadde rovinosamente sulla pedana di collegamento tra l’area del bancone e il retro del ristorante, dove si preparano le vivande: si fratturò il polso sinistro, 156 giorni di malattia con indebolimento permanente. Non era la prima volta - la terza - che si verificava un infortunio del genere all’area di servizio Lucignano Est lungo l’Autostrada del sole e quell’incidente sul lavoro avvenuto nell’ottobre 2014 è diventato materia per la Corte di Cassazione. Con la condanna, definitiva, per l’alto manager di Chef Express, la società per la quale l’addetta alla ristorazione era in forza.

Il reato contestato a V.F., 70 anni, vice presidente e amministratore delegato, era quello di lesioni. Due mesi (pena sospesa) è la pena inflitta ma ciò che rileva sono i principi ribaditi dalla Suprema Corte in materia di responsabilità dei datori di lavoro su prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. Le motivazioni della sentenza della IV sezione penale della Cassazione sono state pubblicate in questi giorni. La caduta della dipendente, T.C., non avvenne per un banale “piede in fallo” capitato per sbadataggine o casualità ma perché quel passaggio nel luogo di lavoro non era sicuro.

Il tappeto che avrebbe dovuto assicurare aderenza, “grip”, era logoro, come rilevato dal tecnico della prevenzione dell’Asl che svolse gli accertamenti; la lavoratrice, poi, non era stata dotata delle scarpe necessarie: un tipo di calzatura che mette al riparo da scivoloni; e inoltre non era stato aggiornato il Documento di valutazione dei rischi. L’amministratore delegato della catena di ristorazione tratto a giudizio, aveva opposto una serie di motivi per chiedere l’annullamento della condanna, confermata seppur ridotta a Firenze dopo il primo grado ad Arezzo.

Ma i supremi giudici hanno ritenuto logici e validi i criteri applicati dalla corte fiorentina, affermando che in base alle leggi vigenti, è “precetto” per il datore di lavoro la cura della valutazione dei rischi e la fornitura di dispositivi di protezione individuali per i lavoratori. Il fatto poi che altre volte in precedenza si fossero verificati analoghi episodi, doveva indurre a prendere le adeguate misure con accorgimenti mirati su quella rampa. [TESTO]“La sostituzione della pedana antisdrucciolo e la dotazione di calzature antinfortunistiche” si legge in sentenza “avrebbero scongiurato con ragionevole certezza la verificazione dell'evento subìto dalla donna”.[/TESTO] L'esigenza di apposite scarpe antiscivolo, benché non codificata nelle norme, “è stata ricavata sulla scorta dell'esperienza derivante dai due pregressi analoghi infortuni nel medesimo posto”.

L'aggiornamento del DVR (documento valutazione rischi) era “doveroso a seguito dell'infortunio antecedente” e grave è l’ “omessa previsione nel DVR della necessità di rendere disponibili ed operativi i due semplici presidi antinfortunistici”. Il fatto che esistesse la figura di un responsabile aziendale alla sicurezza (assolto in abbreviato) non esime il datore di lavoro dall’obbligo di prevenzione, sorveglianza, verifica e informazione dei lavoratori sui rischi connessi alle lavorazioni. Il delegato, specifica la Cassazione, deve essere “persona tecnicamente capace, dotata delle necessarie cognizioni tecniche e dei relativi poteri”. Responsabile delle lesioni della dipendente, insomma, è “l'organo di vertice della società” perché̀” ometteva di predisporre nuove cautele]”. E, concludono i giudici: “l'utilizzo di scarpe antinfortunistiche o l'apposizione di un tappetino antisdrucciolo avrebbero evitato l'evento lesivo”.