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Banca Etruria, pm: "Uso smodato di incarichi" aggravò dissesto, troppi milioni spesi. Così le richieste di condanna a Boschi e gli altri

Luca Serafini
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In Banca Etruria ci fu un “uso smodato” di consulenze affidate a terzi: “una proliferazione smisurata di incarichi” con spese abnormi che provocarono il “consumo di una notevole parte del patrimonio” della banca, “aggravando il dissesto”. Lo sostiene il pm Angela Masiello che ieri ha chiesto la condanna dei 14 imputati finiti a processo per bancarotta semplice sul filone, appunto, delle “consulenze d’oro”. Un anno di reclusione, propone il magistrato, a Pier Luigi Boschi, ex vice presidente e padre di Maria Elena, parlamentare di Italia Viva che fu ministro nel governo Renzi, e per questo il più esposto mediaticamente; un anno anche per Claudia Bugno, Luigi Nannipieri e Luciano Nataloni (coinvolti per cinque capi d'imputazione); 10 mesi di reclusione per Claudio Salini (3 capi d'accusa); 9 mesi per Alessandro Benocci, Rosanna Bonollo, Giovanni Grazzini, Alessandro Liberatori, Anna Maria Nocentini Lapini, Ilaria Tosti (due capi d'imputazione); 8 mesi per Daniele Cabiati, Carlo Catanossi e Emanuele Cuccaro (un capo d'imputazione). Ovvero ex consiglieri e dirigenti di via Calamandrei. Le parti civili, i risparmiatori vittime del default, si sono associate al pm: l’avvocato Lorenza Calvanese ne ha esposto le ragioni auspicando che vengano punite quelle che, per la procura, furono “operazioni manifestamente imprudenti”. Si cercava il partner per salvare la banca e si sarebbero solo buttati tanti soldi. Deciderà ai primi di giugno il giudice monocratico Ada Grignani, dopo le due udienze dell’11 e 12 maggio dedicate alle arringhe difensive. L’avvocato Luca Fanfani, che assiste Cuccaro, ex vice direttore, e gli altri legali sono pronti a controbattere le tesi del pm Masiello, che ha messo nel mirino le “le consulenze relative al processo di aggregazione con un partner di elevato standing” che Banca d’Italia aveva chiesto a Bpel il 3 dicembre 2013”. Tante consulenze (11), troppe, non congrue e inutili perché l’aggregazione con Banca Popolare di Vicenza non si fece: poi la banca venne commissariata, quindi messa in risoluzione a novembre 2015. Ma di quattrini, conteggia la procura, ne furono spesi una montagna: “Nella fase con Cda presieduto da Giuseppe Fornasari, si sono avuti ben 6 incarichi professionali, di cui 3 ad Advisors finanziari e industriali (Rotschild spa, KPMG, Lazard spa) e 3 incarichi a studi legali (Portale, Scotti Camuzzi, Grande Stevens). Nella fase del Cda presieduto da Lorenzo Rosi si sono avuti 5 incarichi professionali, di cui 2 ad Advisors finanziari e industriali (Mediobanca, KPMG) e 3 a studi legali (Zoppini, Di Gravio, Gualtieri)”. La spesa complessiva sostenuta da Bpel per l’aggregazione mai fatta: “Euro 5.170.000”. E con le consulenze ordinarie, nel solo 2014 si arriva a “una spesa complessiva pari ad euro 9.084.600, più del doppio dell’anno prima”. Un dato che il pm Masiello definisce “macroscopico” e che “non trova giustificazione nella delicatezza della vicenda”. La procura mette in fila sovrapposizioni e duplicazioni di incarichi, avvicendamenti di una “pletora di professionisti”, “scarsa attenzione al contenimento delle spese”, mancate contrattualizzazioni, sforamenti, “delibere assunte oltre i poteri delegati”. A fronte di tanti milioni tritati, Barbagallo di Banca d’Italia, sentito in aula a febbraio, ha detto: “Avemmo l’impressione che si perdesse tempo”: i vertici di Bpel sembrava non volessero realizzare l’auspicata aggregazione, che naufragò nell’estate 2014. [TESTO]Il maxi processo per il crac, con 23 imputati, è terminato con la raffica di assoluzioni (eccetto Alberto Rigotti, 6 anni): ora la procura cerca una rivincita[/TESTO]. Verdetto imprevedibile dopo quanto visto finora: le condanne a 5 anni ad ex presidente Fornasari e dg Bronchi in abbreviato (che ora pensano al concordato in appello) e “il fatto non sussiste” nel processone flop di ottobre.