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Arezzo, sette mesi in carcere per un bacio rubato: assolto anche in appello e la donna accusata di calunnia

Luca Serafini
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Assolto anche in appello il senegalese rinchiuso in carcere sette mesi accusato per un bacio rubato, mentre la donna e il titolare del centro di accoglienza che lo accusavano sono finiti a processo per calunnia. Vicenda molto particolare quella cominciata nel luglio 2017 in un paese del Casentino dove il migrante era accolto in una struttura. Venne imputato per il grave reato di violenza sessuale ma da accusato è diventato accusatore. “Il fatto non sussiste”, fu la sentenza dei giudici del tribunale di Arezzo, che nei giorni scorsi è stata ribadita a Firenze in corte d’appello. In primo grado il pm Laura Taddei aveva chiesto 3 anni e 4 mesi di reclusione per punire Khalidou Diallo, quarantenne, sbarcato dall'Africa a Lampedusa e poi collocato nell'Aretino. Secondo il capo d'imputazione lo straniero aveva compiuto un atto sessuale, con vittima la coordinatrice del centro di accoglienza dove era ospite. La ricostruzione della procura diceva che il senegalese si era intrufolato nella macchina della quarantenne, le avrebbe afferrato un polso, quindi l’avrebbe baciata in una guancia contro la sua volontà. Un abuso, per il pm. Dagli accertamenti emerse anche che in Casentino l’extracomunitario si era distinto per una certa intraprendenza verso il gentil sesso, giravano voci, non aveva una buona fama. La procura, convinta della colpevolezza dell’imputato, nel processo celebrato nel 2018 chiese anche l'espulsione dall’Italia. A distanza di 4 anni, l’uomo è in Germania, pare, ma per libera scelta. A difenderlo, allora come adesso, è l'avvocato Martina Ircani che dopo l’assoluzione ad Arezzo dichiarò: “Era pesante e titolata l'accusa contro il mio assistito”, riservandosi un’azione per l’ingiusta detenzione. “Lui, il signor nessuno, un migrante, contro le denunce del gestore del centro di accoglienza e della coordinatrice. Poteva essere molto più facile credere a loro”, sottolineò. Entrambi sono stati risentiti nel processo di appello, ma il risultato non è cambiato. All’epoca a emettere il verdetto che spiazzò molti, fu il collegio di giudici con presidente Angela Avila. Non era emersa, secondo il tribunale, la prova della colpevolezza, in un quadro poco chiaro, contraddittorio, di ruggini tra struttura e migrante. Niente atto sessuale, mentre per il pm si era invece trattato di vera imboscata. Tra i testimoni in aula sfilò perfino Clara Vaccaro, all’epoca prefetto di Arezzo, che aveva seguito la complessa fase dell’arrivo dei migranti e la sistemazione nei centri del territorio. L'operatrice che si riteneva vittima del grave affronto, che era parte civile con l'avvocato Vilella, rimase particolarmente delusa e amareggiata per l’esito del processo. Alla luce di una denuncia formalizzata dal senegalese quando era in carcere (prima quindi dell’assoluzione) è nato un procedimento che ora vede imputata la donna e il gestore della struttura di accoglienza per calunni.