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Arezzo, storia di Walter: il male, il dolore, la cannabis e quella sentenza. La lotta per sé e gli altri. Le parole di Fico

Luca Serafini
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Walter diceva: “Il dolore non aspetta. Devo tanto a questa pianta”. Ed era impossibile non dargli ragione. Bloccato sulla sedia della sofferenza, le dita delle mani incurvate dall’artrite reumatoide, gli occhi pieni di vita, finì a processo per quella “pianta”. Ma anche il giudice Fabio Lombardo sentenziò: innocente, “il fatto non sussiste”. La serra di marijuana coltivata sotto la casa di Walter De Benedetto, a Ripa di Olmo, non era reato. Assolto. Un verdetto storico sulla cannabis terapeutica, la cura che lenisce il dolore dei pazienti ancora bloccata da pregiudizi e mancate riforme. Walter è morto l’altra notte: un arresto cardiaco in ospedale ha posto fine alla sua esistenza che dal 1987 era una sfida alla malattia, implacabile e irreversibile. Prima la musica, il violino, il rugby, il judo. Poi la febbre, i sintomi, i primi problemi nei movimenti, la diagnosi, il declino. E la battaglia. Aggrappato alla vita, grazie alla sua Erba medica. Walter De Benedetto era nato 50 anni fa a Latina, quindi Napoli, poi Arezzo insieme ai genitori. Con il progredire dell’artrite reumatoide ecco la scoperta del farmaco vegetale al posto degli antidolorifici. Con un problema però: reperire quella “pianta”, disporne come farmaco nelle dosi commisurate all’entità, grave, del male. Una lotta. Sì, Walter è stato il testimone vivente del “diritto a soffrire di meno”, come è titolato il bell’articolo di Enzo Brogi sul primo numero di Inedita Magazine. Brogi ne era amico e da consigliere regionale della Toscana è stato tra i pionieri in Italia dell’accesso per i malati a cannabis e derivati. Walter oltre ad occuparsi della sua via crucis e a doversi difendere in tribunale, ha lottato anche per gli altri. Su un terreno lastricato di ostacoli e burocrazia, con sistema sanitario e leggi da aggiornare. Al suo fianco l’associazione Luca Coscioni, Meglio Legale, i Radicali: un blocco di quelli che fanno da apripista nei diritti, apprezzati da molti, malvisti da altri. Sono stati i primi a dare la triste notizia, ieri.
Walter nella casa di Ripa di Olmo era seguito dal badante peruviano e circondato dagli animali: il cane, i pappagalli, i gatti. “Amare gli animali aiuta a rispettare e amare le persone”, diceva Walter. E nel laghetto c’erano le Carpe Koi, giapponesi, che aveva assunto a simbolo di vita per la tenacia. Walter ha vissuto intensamente fino alla fine. Curioso del mondo, di tutto. Balzò sulle cronache il 3 ottobre 2019 con il blitz dei Carabinieri che, svolgendo il loro lavoro, fecero emergere una situazione che - si è visto poi - nulla aveva a che vedere con il malaffare. Quindici piante alte due metri e mezzo: un alto potenziale di produzione di sostanza. Per uso personale e terapeutico, tanto che la sentenza del gup Lombardo afferma: “Sarebbe paradossale - oltre che contrario ad ogni forma di umanità e di giustizia - che l'imputato debba essere punito per aver coltivato piante di cannabis con l'unico scopo di tutelare la propria salute e garantirsi in tal modo condizioni di vita più dignitose”. Ci sarà un prima e un dopo Walter. Anche se a marzo De Benedetto aveva scritto una nuova lettera al presidente della Camera Roberto Fico per sollecitare una vera svolta legislativa in materia. L’autoproduzione resta un rischio, la disponibilità di cannabis terapeutica un problema. L’amico di Walter che fu trovato ad annaffiare le piante è stato condannato da un altro giudice ad un anno, due mesi e venti giorni. Attende l’appello. Imputato come fosse un narcotrafficante, De Benedetto affrontò la giustizia con serenità, rispetto e fiducia. Arrivò al tribunale in ambulanza. In coscienza si sentiva puro. Amava quell’erba che gli dava scampoli di vita, tregue nella feroce guerra quotidiana con la malattia. “Non lo auguro a nessuno. E' una vita che logora, stanca. Ma la vita mi piace troppo e la apprezzo”, ci disse Walter ad agosto 2021 quando organizzò la festa dei suoi 50 anni. “Dalla mia sedia osservo, mi piace guardare la natura, lo scorrere delle stagioni. Mi commuovo”. In prima linea anche per l’eutanasia legale, viveva il presente, nei limiti delle possibilità: “Ricevo amici, visite, sono un po' il bambino piccolo da andare a trovare... Ma le mie giornate non sono vuote, anzi”. Quel giorno di festa, tra i dolori, terribili compagni di vita, Walter disse che il regalo più bello sarebbe stato “una cura efficace per me e per tutti quelli che soffrono come me”.

LE PAROLE DI ROBERTO FICO

“Walter De Benedetto ha passato la sua vita a combattere. Ha combattuto con tenacia e dignità per sé stesso ma soprattutto per tutti quelli che si trovavano nella sua stessa situazione e non avevano la forza di lottare come ha fatto lui.” Lo ha scritto sui social il presidente della Camera, Roberto Fico. “Ci ha lasciato in queste ore, dopo una lunga malattia. Le sue battaglie sulla cannabis terapeutica sono battaglie di civiltà. Le istituzioni hanno il dovere di fornire risposte davanti a un tema delicato e sentito che riguarda tante persone nel nostro Paese”. Al mattino era stata l’associazione Meglio Legale, a scrivere: “Con il suo coraggio Walter De Benedetto è riuscito a portare il tema della cannabis terapeutica, e di tutte le difficoltà in cui incorrono i pazienti che ne fanno uso, all’attenzione dell'opinione pubblica. È stato costretto a fare una cosa che nessun paziente dovrebbe fare: rendere pubblico il suo dolore, continueremo la sua e la nostra lotta con maggiore forza e determinazione, come lui ci ha insegnato”, dice Antonella Sodo, coordinatrice della campagna Meglio Legale che ad aprile 2021 ottenne l’assoluzione di Walter per la vicenda della serra di cannabis. Una assoluzione che rappresenta una svolta. Prima del processo De Benedetto si era rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nel 2019 era stato alla Camera, in sedia a rotelle, dal presidente Roberto Fico. E il 17 marzo 2022 ha scritto a lui alla ministra Fabiana Dadone e al presidente della Commissione Giustizia Mario Perantoni per sollecitare la risposta del Parlamento davanti alla proposta del Ddl sulla Coltivazione Domestica, ancora oggi in discussione in Commissione Giustizia. “Ci sentiamo scoraggiati perché sembra che il nostro Stato preferisca lasciare 6 milioni di consumatori nelle mani della criminalità organizzata anziché permettergli di coltivarsi in casa le proprie piantine” e ribadiva: “il dolore non aspetta”. Commozione da parte dell’Associazione Luca Coscioni, con Marco Cappato e Marco Perduca: “Walter, un raro esempio di militanza di chi, colpito nella salute personale, trova argomenti ed energie per trasformare le proprie sofferenze in motivazione per altri come lui”. Anche Mina Welby ha seguito la generosità di Walter partecipando con lui a manifestazioni ad Arezzo.