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Addio a Walter De Benedetto, il suo testamento: "Amate le persone quando sono in vita"

Sara Polvani
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"“Dimostrate il vostro amore per coloro che amate mentre sono ancora con voi in questa vita e sotto questa forma. Oggi la chiesa è piena, sono in tanti qui per me, ma io ho vissuto la mia malattia per lo più immerso nella sofferenza della solitudine. La sofferenza più grande che nessun farmaco può curare. Sì, avrei preferito la chiesa vuota oggi e avervi incontrati per un’ora nella mia stanza a parlare con me quando ancora ero in vita”. 
Sono state queste le ultime parole di Walter De Benedetto, il 50enne aretino afflitto da artrite reumatoide divenuto simbolo della lotta per la cannabis terapeutica, pronunciate a fatica tra le lacrime dall’amico d’infanzia Stefano come promesso, a risuonare forti, ieri, alla fine del rito funebre officiato nella chiesa di Olmo da don Alvaro Bardelli. Un appello accorato a non lasciare solo chi soffre. Ed un lungo applauso lo ha accompagnato nell’ultimo saluto. 
Profonda la commozione degli amici in chiesa che si sono stretti ai familiari, la mamma di Walter e lo zio in prima fila. Sulla bara blu, adagiato, il colorato cuscino di fiori con girasoli dei genitori. Ad intervenire in prima persona al funerale anche il ministro per le politiche giovanili, Fabiana Dadone. “L’ho conosciuto, ho voluto portargli un saluto”, le sue parole a margine.
Non sono voluti mancare neppure Marco Cappato, dell’associazione Luca Coscioni, ed Enzo Brogi, presidente del Corecom. 
“Credo ci sia da fare tesoro della memoria di Walter”, ha commentato Cappato, “oltre al cordoglio, unirsi al dolore della mamma, di chi gli ha voluto bene, fare tesoro della sua forza. Della forza di aver affrontato la sua vicenda personale come occasione per una battaglia di libertà per tutti. E quindi con quella memoria e quella forza, noi oggi questa battaglia la dobbiamo portare avanti perché non debba più accadere che le persone vengano processate, arrestate, perseguitate per non aver fatto nulla, non avere danneggiato nessuno. Addirittura per aver voluto essere liberi di curarsi. Walter ci ha aiutato a scuoterci e spero che possa continuare a farlo con la sua memoria”.
“Walter ha detto delle parole molto forti, adesso”, ha sottolineato Brogi, “perché si sentiva solo nella sua grande sofferenza. E allora un modo, credo, per tutti noi per stare vicino al suo pensiero, alle cose per cui lui si batteva è quello di continuare. Prendere il suo testimone e portare avanti la sua battaglia per i diritti civili, perché la vita quando è crudele si possa decidere con dignità di interromperla perché la sofferenza possa sempre essere lenita il più possibile e per questo anche la cannabis terapeutica può essere di grande aiuto”. 
“E allora - prosegue Brogi - favorire la possibilità che possa essere somministrata quando e laddove è possibile e che l’uso sia fruibile per tutti”. 
“La sua volontà, quella che ha sempre dimostrato, è che la battaglia deve proseguire anche senza di lui, con lui come esempio che è stato per tutti quanti”, ha aggiunto l’amico Stefano, “A me lascia tanti insegnamenti. È stata la persona più forte che abbia mai conosciuto in vita mia”. 
“Walter lo conoscevo bene”, ha detto nella sua omelia don Alvaro Bardelli, “l’ho conosciuto all’inizio della sua malattia, quando ancora le speranze c’erano tutte. Molte volte sono andato a trovarlo. Walter è l’esempio di una persona che affronta un grande dolore, la sofferenza di un male oscuro senza darsi per sconfitto. Ho sempre apprezzato la sua voglia di resistere fino all’ultimo. Non si è chiuso in sé stesso ma ha fatto del suo dolore, la sua sofferenza una partecipazione comune per porsi alcune domande: perché il dolore, la sofferenza e la morte? Quello che è importante in questi casi, come ci dice il Signore, è di partecipare le sofferenze degli altri”. “Walter aveva tante passioni, non si è dato mai per vinto”, ha ricordato infine don Alvaro, “viveva i suoi giorni in pienezza per quanto possibile, amava gli animali, le sue caprette, i cani e gatti, facevano parte della sua vita che viveva nella serenità nonostante questo peso e sofferenza, questa croce”.