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Arezzo, strage del pulmino; tre disabili morti. Il giudice: "Autista responsabile ma non doveva essere sola con i pazienti"

Luca Serafini
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La strage del pulmino dei disabili - tre morti - avvenne per la condotta di guida imprudente della donna al volante, ma “è innegabile che con quel numero di pazienti a bordo doveva essere assistita da un’altra collega”. E’ un passaggio importante delle motivazioni della sentenza di condanna per I.F., 42enne di Castiglione del Lago, riconosciuta colpevole di omicidio colposo plurimo per l’incidente del 2 marzo 2020 alla Fratta di Cortona. “La presenza di un’altra accompagnatrice, malauguratamente non messa a disposizione dalla cooperativa”, prosegue il giudice Giulia Soldini “avrebbe certamente contribuito a mantenere tranquilli i ragazzi, magari con le cinture allacciate. In particolare - aggiunge il gup - avrebbe impedito ad alcuni di loro di scompensarsi e magari la reazione di (omissis), seduto accanto alla conducente, sarebbe stata meno invadente ed eccessiva”. La dipendente, ora ex, della cooperativa Residenze riabilitative sociali Reses è stata condannata a due anni e 8 mesi, con sospensione della patente di guida di sei mesi. Quella sera riportava a Villa Mimose, nel Cortonese, il gruppo di disabili dal corso di ballo al circolo di Manciano. Perse il controllo del Renault Trafic lungo la Sp 6, il mezzo si schiantò sul fusto di una pianta e morirono Selene Foschi, 43 anni di Livorno, Luigi Romano, 45, di Firenze originario di Napoli, e Ivan Osmeri, 45, di Passignano sul Trasimeno. Rimasero feriti la stessa conducente e altri quattro ragazzi con disabilità intellettive. La sentenza è arrivata lo scorso 10 febbraio. L’imputata aveva presentato una memoria nella quale rappresentava le difficoltà lavorative per la gestione del numeroso gruppo di pazienti problematici, ricostruendo anche il fatto che alcuni di loro erano agitatissimi: uno batteva la testa sul finestrino, altri si spingevano, quello che aveva accanto le avrebbe preso un braccio. Tutti si erano sganciati la cintura. La situazione, dice, era “incontrollabile”. Il giudice - pur concedendo una attenuante specifica per quel disturbo - ha prima di tutto circoscritto il caso alla giurisprudenza relativa agli incidenti stradali escludendo l’ambito degli infortuni sul lavoro. Quindi attribuisce “imprudenza, imperizia e violazione delle norme di sicurezza stradale” alla donna. Per la guida e la velocità inadeguate (anche se andava a 55 km/h) non commisurate al tratto di strada pericoloso, al buio, con limite a 50 e alle condizioni atmosferiche: pioveva tanto, la strada era viscida. L’inchiesta diretta dal pm Marco Dioni e il processo hanno escluso categoricamente, tabulati alla mano, che vi fosse stata una distrazione dovuta all’uso del cellulare. Come pure fu appurato che la quarantenne era sobria, non aveva né bevuto né assunto sostanze. Nelle motivazioni si legge poi che se la situazione nel pulmino era difficile avrebbe, appunto, dovuto fermarsi e non proseguire. Quando la donna uscì dalle lamiere e telefonò ad una collega le disse: “Mi è preso via il pulmino” e questo viene valorizzato dal giudice come una consapevolezza della condotta al volante non prudente. Quanto al malfunzionamento del controllo della stabilità del Renault, gli accertamenti avrebbero dimostrato che “non era causa esclusiva dell’evento e non avrebbe potuto impedirlo”. Il giudice Soldini - riconosciuta la responsabilità dell’imputata - passa a quantificare la pena, sulla quale, scrive, influiscono le condizioni di lavoro, oltre alla incensuratezza e all’avvenuto risarcimento ai familiari delle vittime. Questo il calcolo: pena base tre anni e sei mesi, ridotta a tre e quindi a due e otto mesi per le attenuanti. Poi, però, pena innalzata a quattro anni perché le vittime furono non una ma tre persone, infine la riduzione del rito abbreviato: 2 anni e 8 mesi finali. Il pm ne aveva chiesti di più: 3 e 4 mesi. Ora la donna, assistita dall’avvocato Marta Tofani, sulla base delle motivazioni può valutare se presentare ricorso in appello. E resta aperta la controversia con la cooperativa sul sovraccarico di ruoli affidati alla quarantenne che oltre a fare l’autista era accompagnatrice di sette disabili gravi.