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Arezzo, Banca Etruria: cliente perse 24 mila euro con obbligazioni, due bancari assolti. Il giudice: "Non fu truffa"

Luca Serafini
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Niente colpo di scena: assolti. Le obbligazioni di Banca Etruria diventate fumo “non furono una truffa”. Anche il quarto giudice chiamato a decidere sui bond polverizzati dalla risoluzione della banca (22 novembre 2015) ha pronunciato sentenza di assoluzione. Davanti a Michele Nisticò erano imputati, ieri, un direttore di filiale del Valdarno ed uno sviluppatore, figura simile al procacciatore, colui che aveva proposto l’investimento ad un imprenditore della zona. Si convinse. Ci ha rimesso 24 mila euro. Risparmi svaniti in un attimo. La procura - in aula il pm onorario Luigi Niccacci - aveva chiesto la condanna a 10 mesi per il direttore e ad un anno e 6 mesi per lo sviluppatore. Invece il dispositivo del giudice recita: “Non ha commesso il fatto”, il primo; “il fatto non costituisce reato”, il secondo. Un verdetto in linea con quelli emessi in precedenza dai giudici Angela Avila, Claudio Lara e Ada Grignani. Sì, qua e là, è stato riconosciuto qualche profilo di responsabilità penale per chi in Bpel avrebbe tenuto condotte un po’ troppo spregiudicate, magari con alterazioni gravi dei profili dei clienti. Ma il concetto riaffermato ieri nell’aula della Vela è che non può essere considerato truffatore chi collocò quei prodotti finanziari nel 2013 quando il default della banca non era immaginabile, non esistevano precedenti di istituti di credito falliti con patrimoni dei clienti “retail” (comuni cittadini) annullati. E quando, soprattutto, non era ancora intervenuto (nel 2014) il marchingegno del bail-in imposto dall’Europa che trasformò le obbligazioni subordinate in qualcosa da prendere decisamente con le molle per non trovarsi, come avvenuto, con un pugno di mosche in mano. Questi ed altri argomenti sono stati portati nel processo dall’avvocato Luca Fanfani, che difendeva il direttore di banca. Nel caso specifico del suo assistito, proprio non avrebbe esercitato un ruolo nella collocazione del prodotto, ma più in generale l’avvocato ha sottolineato l’assenza di comportamenti truffaldini nella fase di negoziazione e stipula dei contratti per l’investimento. Ci potrà essere stata una scarsa diligenza da parte degli operatori nell’illustrare gli aspetti di rischio legati alle obbligazioni, ma da qui a configurare gli elementi penalmente costitutivi di un raggiro, di una truffa, ce ne corre. Fanfani ha anche citato nell’arringa certe dichiarazioni giunte dai massimi organi di vigilanza, Banca d’Italia, con Visco, e Consob con Vegas. Quest’ultimo in commissione banche ha dichiarato: “Il bail in ha creato uno shock normativo (...) la nuova disciplina ha mutato di colpo il profilo di rischio”, con le obbligazioni passate repentinamente “da prodotto finanziario a rischio basso o medio basso a prodotto finanziario a rischio alto o medio alto”. Da qui una “inadeguatezza” sulla disciplina in materia di prestazione dei servizi di investimento, la cosiddetta Mifid. Insomma, dalla sera alla mattina “con un tratto di penna”, cambiò tutto. Quanto a Visco, l’avvocato Fanfani ha ricordato le dichiarazioni del governatore di Banca d’Italia al Corriere della Sera nel 2017, sui dissesti del passato: “La Banca d’Italia li ha gestiti riportando alcune di queste banche in bonis o liquidandole senza toccare i creditori e pochi se ne sono accorti” In quei casi di default “si sono potuti usare strumenti privati come il Fondo interbancario di tutela dei depositi o il Fondo di garanzia dei depositanti del credito cooperativo che intervenivano ripianando le perdite”. E ancora: “In passato non era mai successo che un dissesto toccasse i creditori”. Invece ci fu il bail-in (a sostenere i costi di salvataggio sono azionisti e similari) con effetto retroattivo. E per i risparmiatori di Bpel ciao ciao soldi. Saranno le motivazioni della sentenza a dare la spiegazione giuridica delle nuove assoluzioni. Da parte sua l’imprenditore azzerato era parte civile e il suo caso non è rientrato sotto il grande l’ombrello dei rimborsi messi in campo a livello statale. Titolare di un’azienda di pelletteria, con un reddito oltre il tetto previsto per l’indennizzo, non ha ricevuto nulla dei 24 mila euro investiti in bond diventati carta straccia.