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Arezzo, operaio morto folgorato sul lavoro mentre posava pali della linea elettrica: condannato il collega

Luca Serafini
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Morì folgorato sul lavoro, aveva 33 anni e gli fu fatale il contatto con le mani con un palo che aveva toccato i cavi elettrici. Per la tragica fine di Marco Del Cimmuto, il 21 agosto del 2018 alle Vertighe di Monte San Savino, il giudice monocratico Filippo Ruggiero ha condannato per omicidio colposo un collega della vittima, G.I., cinquantenne: quattro mesi di reclusione con i benefici di legge. Assolti invece i due amministratori della società [TESTO]Asla srl di Lama dei Peligni (Chieti), [/TESTO]per la quale l’operaio lavorava. All’inizio furono indagati in cinque ma al termine dell’iter processuale la sentenza colpisce solo colui che è ritenuto il “preposto”, ovvero la figura che all’interno di una azienda ha ruoli direttivi e determinate responsabilità in tema di sicurezza. Quel maledetto giorno nel campo a poca distanza dal santuario delle Vertighe, il 33enne di Pescocostanzo, in provincia di L’Aquila, era insieme ad un compagno di lavoro e doveva semplicemente scaricare a terra nei punti prefissati i nuovi pali della luce che la settimana successiva sarebbero stati messi in posizione eretta per essere agganciati. Una fase quindi preliminare, per la quale non era necessario secondo i protocolli staccare la media tensione. Ma nel compiere la manovra di scarico di uno dei pali alti dodici metri dal camion, avvenne una complicazione non prevista che provocò la sciagura. Il palo - probabilmente imbracato male - oscillò, si inclinò e, trovandosi più vicino del previsto ai cavi, andò a contatto con essi: l’operaio con un gesto istintivo lo toccò con le mani e ricevette la scarica micidiale di 15 mila volts. Per Del Cimmuto non ci fu nulla da fare: fulminato. Probabilmente ci fu una componente di imprudenza da parte dello sfortunato operaio, nel fissaggio del palo, nel posizionamento del camion, nell’afferrare il palo. Tuttavia l’indagine della procura si incentrò su una serie di figure potenzialmente imputabili in ordine alle norme su prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. Ora, l’unico ad essere ritenuto colpevole è il preposto che nel momento dell’infortunio mortale non era sul posto ma in un altro punto del cantiere, di tipo lineare, 4 chilometri, per la posa dei pali della linea elettrica. Il collega aveva accompagnato nel primo pomeriggio Del Cimmuto e il compagno nel punto indicato: sapevano cosa fare già dal mattino. Poi G.I. si era spostato altrove per svolgere le sue mansioni. Saranno le motivazioni del giudice, tra 90 giorni, a spiegare perché il collega e amico dello sventurato Marco, merita la condanna. L’avvocato Fabrizio Di Carlo del Foro di Pescara annuncia appello e contesta la stessa attribuzione del ruolo di preposto al suo assistito. Nel processo non era costituita la parte civile, in quanto i familiari sono stati risarciti dall’assicurazione dell’impresa.