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Arezzo, perché i giovani dicono no al lavoro. Pesci: "Contratti a chiamata e zero futuro"

Francesca Muzzi
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“Basta di dire che i giovani non vogliono lavorare e che mancano gli stagionali. Non sempre dietro alla parola lavoro c’è anche retribuzione”. Marco Pesci, segretario Filcams Cgil Arezzo, spiega come mai alla domanda di offerta di lavoro, soprattutto nel mondo della ristorazione e dei baristi non corrisponde una così celere risposta. “Partiamo dal presupposto che la colpa non è da una parte sola e dunque finiamola con questo luogo comune che i giovani sono vagabondi e non vogliono lavorare – dice Pesci – andiamo piuttosto a capire perché tante offerte di lavoro cadono nel vuoto”. Pesci sottolinea: “Non basta dire la parola ‘offro contratto’, perché a volte, dietro questo si nascondono delle illusioni lavorative”. Nello specifico: “Partiamo da ciò che potrebbe rendere il lavoro appetibile. E cioè un contratto full time nel settore della ristorazione, così come nel turismo in generale, che abbiano comunque una retribuzione dignitosa. Ma non sempre si offrono contratti full time, anzi. Spesso i datori di lavoro chiamano i giovani con un contratto part time, oppure – peggio – con un contratto a chiamata, oppure ancora solo per un periodo di prova che il più delle volte non viene retribuito. E in questo modo un titolare si gioca il serbatoio di persone che potrebbe andare a lavorare”. Nello specifico, snocciolando cifre e quanto altro: “Un contratto full time nella ristorazione, lavorando 40 ore a settimana, porta uno stipendio lordo di 1.300-1.500 euro. Se si tratta di un contratto a chiamata, il datore di lavoro chiama, appunto, la persona solo quando ha bisogno e solo quando questo lavora, viene pagato tra le 8 e le 9 euro all’ora. Ma i giorni che non lavora non riscuote”. Ancora. “Se è vero che nella ristorazione si lavorano i giorni festivi o le domeniche e che nel suo complesso è un lavoro duro - continua Pesci - è necessario ricompensare lo spirito di sacrificio che un lavoro come il cameriere o il cuoco comporta. Il Contratto Nazionale di lavoro è scaduto dal 2018, lo si rinnovi rapidamente e si smetta di chiedere contropartite per ridurne i costi”. Però verrebbe da controbattere che è meglio avere un lavoro anche piccolo, piuttosto che stare sul divano tutto il giorno: “Non dico che non esistono gli scansafatiche. Esistono, così come i vagabondi, ma non si può sempre generalizzare dicendo che ‘i giovani non vogliono andare a lavorare’”. Si parla di reddito di cittadinanza, molti titolari di bar e ristoranti gli danno la colpa sul perché non trovano dipendenti. “Ci sono persone che prendono il reddito di cittadinanza che vi assicuro non sarebbero mai assunte”. E dunque riassumendo, perché non si trovano gli stagionali? “Perché spesso si tratta di un lavoro precario che non offre prospettive. Molti lavoratori una volta che hanno finito il contratto devono penare per avere il Tfr o le ultime mensilità. Inoltre – prosegue ancora Pesci - se parliamo di Arezzo, il turismo è un settore con notevoli potenzialità, ma vanno incoraggiate anche con occupazione di qualità”. 
Infine la pandemia che ha reso tutto più difficile e quasi impossibile trovare personale una volta riaperto: “Quando i ristoranti sono stati chiusi per l’emergenza sanitaria chi ci lavorava ha preferito cercarsi un altro lavoro, oppure il lavoro lo ha perso. E una volta ritrovato, magari con i fine settimana liberi di certo non tornano indietro”. A oggi quante vertenze ci sono sul suo tavolo? “Tante, ma soprattutto l’80 per cento sono turismo e ristorazione. Un motivo ci sarà”, conclude Pesci.