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Arezzo, crac Banca Etruria: verso maxi appello in autunno a Firenze dopo raffica di assoluzioni

Luca Serafini
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Il processo di appello per il crac di Banca Etruria imbocca la corsia preferenziale. Sì, la giustizia accelera per affrontare già in autunno il caso che lo scorso ottobre è finito in un flop per i pm aretini, con la raffica di assoluzioni decretate dal tribunale. Procura generale di Firenze e Corte d’appello stringono i tempi su una vicenda assai complessa e punteggiata da ombre. “Il fatto non sussiste”, ha sentenziato il tribunale aretino per la ventina di imputati chiamati a rispondere a vario titolo di dissipazione del patrimonio di Bpel. Accuse crollate come castelli di sabbia costruiti sulla spiaggia, eccezion fatta per l’imprenditore del nord Alberto Rigotti la cui condotta viene censurata come “spregiudicata” e punita con 6 anni di reclusione (ma anche lui ha impugnato il verdetto). Con 177 pagine di ricorso, il pool di magistrati guidato dal procuratore Roberto Rossi ha ribattuto con puntiglio alle taglienti motivazioni depositate lo scorso dicembre dal presidente dei giudici, Gianni Fruganti, che con quella sentenza chiuse la sua lunga e intensa attività prima di andare a riposo. La sgassata della giustizia sul fronte crac Etruria è in questo momento una voce insistente e autorevole: si attendono conferme e una data. Chissà che non ci sia l’intenzione di allineare il maxi appello all’altro appello, quello per l’ex presidente Giuseppe Fornasari e l’ex direttore generale Luca Bronchi, scivolato al 10 novembre. Condannati in primo grado con rito abbreviato a 5 anni, stanno valutando il concordato in appello, una specie di patteggiamento. Invece intendono discutere le proprie posizioni gli altri due imputati: Alfredo Berni e Rossano Soldini, condannati rispettivamente a 2 anni e un anno.
Staremo a vedere quale direzione e quale tempistica assumerà il caso Bpel. Mentre in questi giorni cresce l’attesa per la sentenza di primo grado sul filone delle consulenze d’oro, in programma il 15 giugno, ultima udienza del giudice Ada Grignani prima di andare in maternità. Chieste 14 condanne per bancarotta semplice, tra le quali spicca quella per Pier Luigi Boschi, ex vice presidente della banca e padre della parlamentare Maria Elena.
Dunque l’autunno prossimo venturo sarà caldo se non caldissimo. Il maxi processo per la bancarotta vedeva messi in fila dal pool dei pm una serie di affidamenti per palate di euro che, stando all’imputazione, furono buttati via sapendo di buttarli via. Operazioni imprudenti e in conflitto di interesse, senza garanzie, a danno dell’istituto di credito. Ma quale bancarotta, ha invece spiegato nelle motivazioni il tribunale aretino sferrando picconate alla procura: “Capo d’imputazione singolarmente scarno”, “nulla di significativo è indicato quanto a modalità di attività dissipativa e distrattiva”. E ancora: “Postulati indimostrati”, “assiomi”. Quelle 555 pagine posate a palazzo di giustizia dal giudice Fruganti prima del rinfresco della pensione furono miele per i difensori degli imputati e sono rimaste indigeste ai magistrati inquirenti. Chissà poi se da qui ad autunno la riforma Cartabia, inciderà anche nello snellimento della procedura del processo d’appello, con discussione cartolare e non orale. Una cosa è certa: la ferma convinzione della procura di Arezzo - vedremo con quale determinazione condivisa dalla procura generale - che quei prestiti senza ritorno per milioni furono un dissanguamento della gloriosa Popolare in declino. Il tribunale la sua l’ha detta: certamente le operazioni determinarono gravi perdite al patrimonio ma si trattò di normale rischio di mercato, se non addirittura di situazioni nelle quali Bpel fu truffata. Niente bancarotta fraudolenta né semplice, quindi. Denaro bruciato sì, ma niente penale responsabilità di chi decideva affidamenti, preparava delibere, le assecondava e le doveva controllare. Nessuno ha spolpato niente, solo azioni fisiologiche andate male. A parte Rigotti, tutti innocenti: tra questi l'ultimo presidente Lorenzo Rosi e altri nomi di spicco come  Natalino Guerrini e Giovanni Inghirami. Il secondo tempo si avvicina. Assistono alla partita infinita, azionisti e obbligazionisti parti civile che chiedono al Parlamento di desecretare gli atti della commissione d’inchiesta.