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Arezzo, il reporter di guerra Vezzosi: "Io nella rete di propaganda per Putin? Vogliono solo screditarmi"

Luca Serafini
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“Io filo Putin? Io nella rete della propaganda russa? Mi vogliono solo delegittimare”. Maurizio Vezzosi, freelance aretino, da marzo racconta ogni giorno la guerra in Ucraina in diretta dalle città martoriate. Con il suo stile e le sue idee. Ha 32 anni, origini e genitori in Casentino, occhi spalancati a tutto tondo sul conflitto che miete vittime e tiene in ansia la Terra. Secondo alcuni osservatori e un’indagine del Copasir (comitato parlamentare per la sicurezza che controlla i servizi segreti) Vezzosi farebbe parte, insieme ad altri, della macchina della propaganda della Russia di Putin. Nome, cognome e foto di Vezzosi ieri mattina apparivano sulla stampa nazionale con la neanche troppo velata accusa di “condizionare l’opinione pubblica”. Controinformazione. Leggere questo, da Donetsk dove si trova, non ha fatto piacere al reporter. Pur essendo pienamente consapevole, Vezzosi, che i suoi reportage di guerra non sono certo allineati con la lettura prevalente, filo Ucraina, che poi è quella del governo italiano e della Nato. In uno dei recenti servizi in collegamento per le tv italiane, Maurizio Vezzosi ha mostrato gli esiti di un bombardamento ucraino a Donetsk, la città a maggioranza russofona. Il giornalista ha mostrato le scuole danneggiate pesantemente dall’attacco e mostrato le schegge che avrebbero ucciso dei civili. Ha parlato di bombe a grappolo, quelle non consentite, utilizzate in questo caso dall’esercito di Kiev. Era il 30 maggio [TESTO]quando ha mostrato l’immagine di una parrucchiera che faceva vedere “il frammento del proiettile da 155mm (standard NATO) arrivato sul suo negozio”. Il colpo d'artiglieria “ha pesantemente danneggiato la scuola n°22 del centro di Donetsk, ferito cinque ed ucciso tre civili”.[/TESTO] In precedenza le sue corrispondenze hanno toccato tasti critici verso Zelensky: “molti ucraini pensano che sia responsabile della situazione e lo ritengano un traditore”. Vezzosi ha mostrato anche in un crudo servizio le presunte torture ad una donna che le sarebbero state inflitte dal battaglione Azof, i cosiddetti “nazisti ucraini”. In generale Vezzosi afferma col suo lavoro un approccio non allineato alla lettura del conflitto (“iniziato otto anni fa quando io già lo seguivo e altri no”). Non attribuisce la ragione tutta da una parte e il torto tutto dall’altra. Invita i telespettatori “a informarsi non rimanendo alle notizie in superficie”. Ieri sera aveva in programma un collegamento con la trasmissione di Giletti, Non è L’Arena. Al mattino la lettura dei quotidiani lo ha irritato. “Fossero andati a rileggersi almeno un po’ delle analisi e degli approfondimenti che ho fatto sul Donbass, sul conflitto Russia - Ucraina, avrebbero visto che ho ripetutamente sostenuto posizioni distanti da Putin e dalla verticale di comando della Russia. Ma, si sa, è facile etichettare, generalizzare, stigmatizzare chi non è allineato”, ci dice Vezzosi, indaffaratissimo nel realizzare un nuovo reportage da Mariupol e Donetsk. 
L’intelligence italiana, stando al Corriere della Sera, starebbe svolgendo indagini su una serie di giornalisti, influencer, opinionisti tra cui il professor Alessandro Orsini. Nel gruppo di coloro che farebbero controinformazione contro i politici pro Kiev, viene incluso Vezzosi. “Io racconto ciò che vedo e che documento. Non nascondo che ho le mie idee” prosegue. Ma essere considerato parte della propaganda russa non la ritiene una cosa giusta e vera. Pensa anche a possibili querele. In un post su facebook, definisce “bizzarra” la pubblicazione del Corriere della Sera “in cui il mio nome viene accostato ad un pietoso quanto improbabile epiteto”. E ancora: “Spiacevolmente evidente è il goffo tentativo di delegittimarmi ad ogni costo, fosse anche quello dello scadere nel ridicolo: dimostrando, oltretutto, di ignorare pressoché in toto il contenuto delle mie riflessioni e delle mie analisi”.