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Arezzo, furto da 4 milioni, l'ex guardia giurata: "Io mai visto un centesimo, abito in affitto". L'oro, il mistero, le minacce

Luca Serafini
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Se gli chiedi che accadde quel giorno, l’11 luglio 2016, quando sparì con il furgone della Securpol pieno d’oro, Antonio Di Stazio non risponde, come del resto ha fatto in questi sei anni. Ha deciso di tenere per sé il mistero. Però su tutto il resto l’ex vigilante condannato in via definitiva per il furto da 4,2 milioni di euro non ha problemi. Ieri è tornato ad Arezzo perché la giustizia stavolta lo accusa di “omesso versamento” dell’Irpef. Ne abbiamo approfittato per parlarci.

Di Stazio, come mai è qui e non in un’isola con le palme?

“Guardi, io non sono mai scappato. Mi costituii quando mi cercavano, ho subito i processi, sono stato condannato e ho scontato la pena fino all’ultimo giorno, tre anni e nove mesi. Conduco una vita semplice, mi arrangio, non sono ricco”.

Quindi lei è stato condannato per il gigantesco furto e non ha visto neanche un centesimo?

“E’ così. Finora sono andato avanti in qualche modo, grazie a degli aiuti, da settembre quando avrò 67 anni potrò finalmente riscuotere la pensione. Ho problemi di salute, un’anca messa male, e non sono potuto tornare a fare l’autista come prima. Vivo a Napoli, in affitto, viaggio con una vecchia auto, una Ford Focus del 2009, con 300 mila chilometri”.

Quindi non ci dice cosa avvenne quel giorno, quando il furgone con lei e l’oro sparirono dalla zona industriale. Poi il mezzo venne trovato a Badia al Pino vuoto. Lei fu vittima di qualcuno? Perché non parla?

“Ho ricevuto e ricevo minacce. Ho figli e nipoti. Mi ha capito no?”

Ma un’idea su dove siano finite quelle verghe se la sarà fatta...

“Penso all’estero. Ma ripeto non posso andare nei particolari”.

L’altra volta a febbraio non venne al processo per l’evasione fiscale, si pensò fosse in qualche paradiso tropicale.

“E invece no. Non sono mai scappato io. Mai andato alle Maldive. Sono qui e affronto quello che c’è da affrontare. Mi sono fatto anche il carcere prima dei domiciliari e forse potevano pure evitarmelo”.

Antonio Di Stazio e il suo mistero. Un carico d’oro svanito nel nulla. Anche i migliori investigatori aretini non riuscirono a svelare l’arcano. Dietro, il sospetto c’è, esisteva probabilmente qualcos’altro di diverso, un livello superiore, rispetto alla iniziativa personale di una guardia giurata. I dubbi sono destinati a rimanere tali.
Ieri intanto il giudice Giorgio Margheri ha rinviato il processo sulla questione fiscale al prossimo 21 settembre per acquisire nel fascicolo la sentenza del primo processo con l’apposizione della irrevocabilità della sentenza. A quel punto la discussione si potrà tenere, con le richieste del pubblico ministero e della difesa, dopo che sono stati già sentiti operatori dell’Agenzia delle Entrate.
Il caso è interessante e forse non scontato perché anche se per la legge gli illeciti profitti, come le somme ricavate da azioni delittuose, sono soggette a tassazione e devono essere dichiarate nel proprio reddito, è anche vero che questo confligge - e l’avvocato Cazzavacca probabilmente lo argomenterà - con le garanzie previste dall’ordinamento giudiziario per ogni persona indagata. La facoltà di non rispondere ad esempio. Quindi, eccepisce la difesa, oltre al fatto che l’ex vigilante non risulta avere mai avuto nelle disponibilità la somma del maxi furto, perché mai all’epoca del fatto avrebbe dovuto inserire i 4,2 milioni nella dichiarazione dei redditi compiendo in questo modo una auto denuncia? Di Stazio non ha mai confessato nulla. E si porta dietro l’alone di mistero.