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Arezzo, infermiera critica vaccini in tv: sospesa dal lavoro e senza stipendio. Giudice annulla punizione dell'Asl

Luca Serafini
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Infermiera esprime in tv la sua posizione critica sui vaccini Covid e viene sospesa dalla Asl Toscana Sud Est - sei mesi senza retribuzione - ma la dipendente dell’azienda sanitaria si appella al tribunale di Arezzo che annulla il provvedimento disciplinare. Punizione illegittima oltre che sproporzionata, secondo il giudice del lavoro Giorgio Rispoli. La donna ha esercitato il diritto di manifestazione del pensiero e il diritto di critica, stabilisce la sentenza dello scorso 15 giugno, senza che sia stato leso il rapporto fiduciario con il datore di lavoro.
Tutto inizia a ottobre 2021 quando una coordinatrice infermieristica in forza all’Asl da venti anni rilascia dichiarazioni ad Arezzo Web, sito di informazione locale, e al programma televisivo Stasera Italia su Mediaset. L’azienda sanitaria non gradisce e a febbraio 2022 irroga la sanzione contestando alla dipendente di aver espresso opinioni “molto critiche nei confronti della vaccinazione anti Covid e dell’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari”. L’infermiera - punta l’indice l’Asl - avrebbe affermato ai media: “Di fronte al ricatto io scelgo la dignità personale, per cui non mi vaccinerò”. E ancora: senza l’autorizzazione prevista dal Codice di comportamento aziendale e la procedura sui ‘rapporti con la stampa’, “si sarebbe qualificata con ruolo e funzione aziendale esponendo l’Azienda a dichiarazioni non autorizzate e contrastanti con la normativa vigente, diffondendo informazioni che avrebbero esulato dalla professione infermieristica e dal ruolo ricoperto”. Le veniva contestato di aver dato risposte non supportate da evidenze scientifiche, informazioni fuorvianti e riferito arbitrariamente di presunti episodi di emarginazione sanitaria di persone non vaccinate. Sempre per l’Asl avrebbe inoltre creato un clima di sfiducia nei confronti dei professionisti deputati alla cura e all’assistenza dei pazienti, nonché sulle stesse scelte dell’azienda e del Servizio sanitario nazionale, così da danneggiare l’immagine dell’azienda e dei suoi lavoratori. 
Messa fuori dai ranghi, l’infermiera presenta però ricorso, la questione viene sviscerata, messe a confronto le posizioni, e si arriva al verdetto. Il giudice Rispoli ha preso a riferimento l’articolo 21 della Costituzione che riconosce ad ogni singolo cittadino il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, ha considerato i pronunciamenti della Corte europea e i principi che valgono nel mondo del lavoro. Nello specifico, l’infermiera non avrebbe travalicato i limiti al punto da giustificare il recesso dal posto di lavoro. 
Esaminate le interviste, il giudice ritiene che la ricorrente abbia parlato a titolo personale, mostrandosi senza camice e distintivi aziendali, senza “alcun prolungato e specifico riferimento all’attività svolta in qualità di dipendente dell’Azienda Usl Toscana Sud-Est, né tantomeno all’Azienda datrice di lavoro”. Si è qualificata come infermiera, questo sì, ma non era tenuta ad avere il permesso a parlare con la stampa. Ed ha esternato posizioni che anche se discutibili e non condivisibili su pazienti, vaccini, libertà di scelta, non configurano per il giudice una critica volta a colpire il datore di lavoro. “Non si configura una violazione dell’obbligo di fedeltà da parte della lavoratrice nei confronti dell’Azienda datrice di lavoro e, comunque, nessun nocumento, nemmeno potenziale, può essere stato originato dalle interviste rese”. 
Scrive il giudice del lavoro Rispoli: “… l’infermiera ha semplicemente inteso manifestare la propria incertezza in merito alla efficace sperimentazione del vaccino Sars-Covid 19, concludendo di non concordare con la decisione di estendere l’obbligo vaccinale”. Pertanto tutto rientra nella “mera espressione della libertà del pensiero” su temi di rilevanza pubblica e interesse generale. Rispettata la continenza espressiva, esercizio del legittimo diritto di critica. Pertanto il giudice del lavoro di Arezzo stigmatizza la “sproporzione” del provvedimento disciplinare “rispetto al comportamento posto in essere dalla ricorrente” e, aggiunge, “non dissimile dalla condotta di chi si accinga a sparare a un passero con un cannone”. 
Privare un lavoratore per un semestre della primaria fonte di sostentamento in nome della osservanza di un codice di condotta aziendale è esagerato e ingiusto. Accolto quindi il ricorso della infermiera, che era assistita dall’avvocato Pietro Ghinassi, provvedimento annullato e Asl - che potrà appellarsi - condannata a restituire quanto eventualmente trattenuto e a pagare le spese di lite.