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Arezzo, familiari di Guerrina scomparsa nel 2014 chiedono un milione alla Chiesa

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“La Chiesa deve pagare per la tragica fine della nostra Guerrina ad opera di padre Gratien Alabi”. Lo affermano i familiari di Guerrina Piscaglia, scomparsa il primo maggio 2014, uccisa dal vice parroco di Cà Raffaello (Badia Tedalda) secondo la sentenza definitiva della Cassazione che ha condannato padre Graziano a 25 anni di reclusione, che sta scontando in carcere a Rebibbia. La famiglia Piscaglia, che vive a Novafeltria, chiede risarcimenti per quasi un milione di euro e chiama in causa, oltre ad Alabi, la diocesi di Arezzo Cortona Sansepolcro e i Canonici regolari premostratensi, l'ordine del religioso congolese. Gratien Alabi, che non ha mai confessato, è stato ritenuto responsabile dei reati di omicidio e occultamento di cadavere. Le sorelle e le nipoti di Guerrina, assistite dagli avvocati Chiara Rinaldi e Maria Federica Celatti, hanno depositato un atto di citazione al tribunale civile di Arezzo, dove il 24 novembre è fissata la prima udienza della causa. La donna - moglie di Mirco Alessandrini e mamma di Lorenzo - sparì dalla località tra Toscana ed Emilia-Romagna: era uscita di casa, dopo pranzo, e si era incamminata verso la canonica. Mai trovato il corpo. Solo a distanza di mesi venne indagato il sacerdote che, secondo la citazione, in solido deve rispondere insieme alla diocesi e all'ordine di appartenenza. «L'abito talare - scrivono gli avvocati - fu una vera e propria <CF1402>conditio sine qua non</CF> della relazione sessuale prima e dell'evento morte poi» poiché «pose padre Graziano nella condizione di poter più agevolmente compiere il fatto dannoso». Secondo i giudici, l’omicidio avvenne per sopprimere la donna che, invaghita del prete, costituiva un ostacolo ed un rischio. A inguaiare Alabi furono le numerose telefonate con la Piscaglia, i depistaggi effettuati anche con invio di sms che dimostrano il possesso del cellulare della vittima.
La famiglia Piscaglia cita anche il vescovo Riccardo Fontana, in base a questo ragionamento: aveva la facoltà di rimuovere il frate assegnato alla parrocchia, essendo peraltro stato informato della relazione da una lettera di una parrocchiana (la catechista), quindi avrebbe dovuto attivarsi in tal senso, «conscio della pericolosità della relazione» tra Alabi e Guerrina.
Anche il ramo Alessandrini ha da tempo avviato un’azione legale volta a chiedere il risarcimento alla Chiesa per la perdite di Guerrina, moglie e madre. Ad una prima lettera inviata dagli avvocati Nicola Detti e Francesca Faggiotto, la risposta giunta dai legali del Vaticano è stata di non adesione alla richiesta. Sta quindi per partire l’atto di citazione, su un terreno nel quale non esistono precedenti di responsabilità oggettiva della struttura ecclesiastica rispetto a crimini commessi da religiosi.

Lu.Se.